Pro Loco CASTELLANETA
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Vito Maria Giovenazzi

di Guido Gregorio Fagioli Vercellone

GIOVENAZZI Vito Maria nacque a Castellaneta il 20 febbraio 1727.

Il padre, Nicola, era di buona cultura e di famiglia antica; il nome della madre resta ignoto. Benedetto Croce scoprì tracce d'un suo inquieto cugino, Domenico Antonio Giovinazzi, frate domenicano dal 1717, evaso dalle prigioni del convento, passato al protestantesimo in Svizzera e poi, a Francoforte sul Meno, maestro d'italiano di Goethe.

Della prima formazione del Giovinazzi. non si sa molto. Il 13 dic. 1742 entrò nel noviziato napoletano della Compagnia di Gesù; dal 1746 al 1749 e dal 1753 al 1757 studiò filosofia e teologia nel collegio napoletano dell'Ordine. Le sue doti s'imposero presto ai superiori, che lo posero giovanissimo a insegnare greco e latino nel neoistituito collegio di Brindisi; divenuto sacerdote (1756), per alcuni anni insegnò anche filosofia e teologia nei collegi dell'Aquila (dove, nell'agosto 1760, professò il quarto voto) e Salerno. Nel 1766 passò nel collegio napoletano della Compagnia come professore di poetica, letteratura latina e greca, e di lingua ebraica, discipline nelle quali eccelleva al punto da essere nominato di lì a poco bibliotecario e storiografo della Compagnia per la provincia di Napoli. La sua reputazione divenne tale che, al momento dell'espulsione dei gesuiti dagli Stati borbonici, gli fu offerta una cattedra nella Sapienza di Roma, che conservò anche dopo la soppressione del 1773, stabilendosi in città e aggregandosi al clero romano. Diresse poi la biblioteca del principe Altieri, ricca di codici e libri rari, dalla quale usciva solo per obbligo o per passeggiate pomeridiane concluse nelle librerie. Seguire l'evoluzione dei suoi studi è difficile, perché il Giovinazzi, di costumi sobri e di temperamento schivo e alieno dal ricercare onori e notorietà, nonostante le pressioni di amici e discepoli pubblicò pochissimo col proprio nome.

Del suo immenso lavoro, in gran parte inedito, restano quasi solo contributi inseriti in opere altrui (fu generoso negli aiuti), e un gran numero di iscrizioni, spesso adespote e sempre bellissime, non ancora raccolte e repertoriate adeguatamente. Tuttavia, appena giunto a Roma, una sua scoperta erudita sollevò una vivace querelle che lo rese noto ai dotti di mezza Europa: il filologo P.J. Bruns, lavorando nella Biblioteca Vaticana su un codice ebraico delle storie di Tobia, Giobbe ed Esther, aveva notato fra le righe delle parole latine mal cancellate, che credette di poter attribuire all'orazione ProRoscio di Cicerone. Mise a parte della scoperta il Giovinazzi., del quale era amico, che capì che il brano apparteneva invece al perduto libro XCI di Tito Livio, De bello Hispanico contra Sertorium. La scoperta stava per esser pubblicata, quando dotti romani contestarono l'attribuzione del Giovinazzi con un clamore oggi difficilmente immaginabile; Clemente XIV nominò una commissione, composta da F.S. de Zelada (appena divenuto cardinale), il noto abate cassinense L. Galletti, scriptor nella Biblioteca Vaticana, G. Amadei, prefetto archivista della metropolitana ravennate e altri illustri eruditi, che concordemente suffragarono l'ipotesi del Giovinazzi, autorizzando la pubblicazione.

Il lavoro, diffusissimo, ebbe numerose edizioni: nello stesso 1773 a Napoli, con le note del Giovinazzi ampliate e frammenti di Cicerone tratti dallo stesso codice da Giovinazzi, a Roma (con prefazione di G.A. Ernesti), a Lipsia (con facsimile del manoscritto), a Parigi (senza le note illustrative del G.) e ad Amburgo; nel 1791 a Bassano (con note di G. Brotier) e infine ancora a Parigi nel 1794 (traduzione francese di J.-E. Hardouin). Sempre nel 1773, a Roma, apparve una delle pochissime opere di qualche ampiezza pubblicate volontariamente dal Giovinazzi della città di Aveja ne' Vestini ed altri luoghi d'antica memoria, dove integrò e analizzò 23 iscrizioni "anecdote", correggendo molti autori e illustrando vari monumenti antichi. Pubblicò poi anonime le Conjetture di alcune antiche pitture presso il Laterano rappresentanti un Epulo Saliare (in Antologia romana, 1783, pp. 313 ss.; ristampate con il suo nome dalla tipografia di Propaganda Fide); e nel 1786, a Napoli, quasi costretto da amici, il “Viti Mariae Iuvenatii poematum libellus, ad virum amplissimum Josephum MariamParthenium”, con prefazione di F.S. Gualtieri, poi vescovo dell'Aquila, già suo allievo. Anche Pio VI forzò il suo isolamento: sapendolo dotto in toponomastica antica e matematica, l'associò all'ingegnere idraulico G. Rapino in studi sul prosciugamento delle paludi Pontine (interrotti dalla morte del Rapino); inoltre più volte gli commissionò orazioni per le onoranze romane in morte di sovrani cattolici. Rimangono a stampa In funere Petri III Lusitaniae regis (ibid. 1786) e In funere Caroli III Hispaniarumregis (Parma 1789). Infine nel 1791 il Giovinazzi pubblicò a Firenze un lavoro di apologetica (Saggio della buona fede e del criterio dell'ex gesuita Bolgeni autore d'un libro sull'episcopato), dove confutò l'antagonista mostrando in storia, canoni, teologia, diritto pubblico ed ecclesiastico un'erudizione pari a quella esibita in filologia classica. Pochi erano ammessi nella sua cerchia intima, per lo più ex gesuiti di nome, come l'archeologo ed epigrafista S.A. Morcelli o gli eruditi G.M. Mazzolari e F. A. Zaccaria, che assisté e sostenne nelle ricerche senza mai comparire. Tenne però rapporti di studio con molti altri, fra i quali G. Andres, R. Cunich, G. Tiraboschi, A.S. Mazzocchi, G. Martorelli, F. Daniele, C.M. Rosini. Nei suoi studi fu sempre preminente l'epigrafia: redasse, corresse e perfezionò epigrafi, quasi sempre in latino; il suo virtuosismo era tale che non solo poteva comporne in stile perfetto, ma anche "imiter, à s'y méprendre, les tournures et le style lapidaire des diverses époques, voire de l'antiquité. Et des inscriptions, visibles aujourd'hui encore, sur certains monuments de Rome et d'autres villes italiennes, longtemps attribuées à divers auteurs ou anonymes anciens, sont maintenant restituées à Giovenazzi avec certitude" (Dict. d'hist. et de géogr. ecclésiastiques, col. 1460). C. Sommervogel ha fornito un elenco delle iscrizioni più importanti individuate fino al 1892 e una lista di inediti, tra i quali occorre ricordare almeno i Commentaria in Phaedrum, i Commentaria in Catullum, i commenti ai sermoni di s. Paolino da Nola, al Commonitorium di s. Vincenzo di Lérins e a poeti cristiani antichi, nonché, infine, la “Illustratio et explicatioomnium inscriptionum quae Augustoconsecratae fuerunt”, che mostra la disposizione non solo erudita ma eminentemente letteraria e umanistica del Giovinazzi. Alla sua morte questi manoscritti pervennero al benedettino C. Altieri, scriptor della Vaticana, dove sono in parte conservati. Il Giovinazzi morì per apoplessia a Roma, in palazzo Altieri, il 28 giugno (secondo altri il 26, e per Sommervogel in luglio) 1805; fu sepolto in S. Stefano del Cacco a Roma.

"Inchiostro di Puglia" (il libro), in vendita, nella nostra sede.

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