Pro Loco CASTELLANETA
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IL RITUALE DEL MATRIMONIO TRA STORIA E TRADIZIONE

Avendo, sempre, rappresentato una tappa fondamentale della vita individuale e collettiva, il matrimonio è una istituzione basata su un bagaglio di regole e riti secolari. E, come ogni momento della vita dell’uomo, da quando nasce a quando muore, è segnato da credenze e pratiche che gli conferiscono un importante significato. Anche se, in passato, i matrimoni erano decisi prevalentemente dai famigliari, veniva raccomandata una particolare attenzione nella scelta del partner: “Stàtte attjìnde quànne te spùse, ca tànne o te mìtte o mùnne o te ljìve”= Bada bene a chi scegli, quando ti sposi, perché , in quel momento, o entri a far parte della società o ne vieni escluso. Non mancavano accorgimenti essenziali da tenere in considerazione: “U uèmene fatiatòre jè l’arruvìne da chèse. Arrecuèrdete ca tùtte ‘nge vòle”= L’uomo che bada solo al lavoro, trascurando la guida della famiglia, ne provoca la rovina. “A fèmene ca lèsce, scrive e sòne, nònge po’ jèsse na megghièra bbòne”La donna che si dedica alle attività culturali e ricreative, sottrae tempo alla cura della famiglia, perciò non può essere una buona moglie.

Ed ancora: “Ci ne ssì buène cu rrè, né ssì buène mànghe che mè”= Se non sei risultato idoneo al servizio militare , non puoi essere un buon marito (sostenevano le donne).Nè fèmene e né tèle a lùme de cannèle”=La donna e la tela si possono valutare bene, solo alla luce del sole, non a quella delle candele. Una cautela raccomandata perfino da Plutarco nelle Opere Morali.

Ma viene anche ribadito: “Quànne te marìte bbède alla ràzze, ci se nò te crèscene i còrne accòme e còzze”= Quando decidi di sposarti, bada alla onorabilità della famiglia del partner,altrimenti potresti scoprirti fornito di corna come le lumache. In quel caso, chi intacca il capitale simbolico dell’onore familiare, con la sua condotta irregolare, va eliminato per reintegrare l’ordine turbato dall’adulterio. L’attacco proviene principalmente dalle donne per motivi sessuali, più che per debiti o altri motivi, poiché l’adulterio femminile rischia di far cadere nelle mani di figli spuri la proprietà patrimoniale e, come tale, va vendicato. Il diritto alla vendetta privata, al “delitto d’onore” viene largamente tollerato, poichè segna la fine di un’ossessione e pèrciò è sostenuto dal tacito consenso dell’ambiente sociale: specchio dell’onnipotenza maschile e del ruolo di depositaria dell’onorabilità della famiglia e della specie attribuito esclusivamente alla donna. Molto rare, in passato, erano le occasioni per incontrarsi tra giovani, se si eccettuano le feste in campagna, al termine dei lavori agricoli, i matrimoni, i funerali, le fiere e i mercati, le feste patronali, i balli in maschera a Carnevale, le processioni e le prediche quaresimali.

A questa consuetudine si riferiscono alcune strofette della tradizione popolare:”Scème a chjìsa grànne che sènde u predecatòre: da ‘nnànde sendìme a prèdeche e da rète fascìme l’amòre”=Andiamo in cattedrale per ascoltare il predicatore ma, mentre fingiamo di ascoltarlo, non badiamo ad altro che a fare l’amore. Un’altra recita: “ E tu, nànne mì, nò scì venènne a mèsse addò vòche jì, ca che tremènde a tè nònge accòcchj mànghe n’Avè Marìj”= E tu, innamorato mio, non venire alla messa dove vado io, perché, per guardare te, non riesco a dire neppure un’Ave Maria. Ci si poteva incontrare anche alla fontana o al forno, ma tutte le occasioni di incontro erano molto controllate da genitori e fratelli. Quando non erano ancora fidanzate, le ragazze da marito ricorrevano ai più svariati artifici, per tentare di conoscere il mestiere, l’aspetto del futuro sposo e la data presumibile del matrimonio. A questo scopo, la sera che precede la festa di San Giovanni (24 giugno) le ragazze bruciacchiavano un fiore di cardo e lo mettevano in un luogo buio, se l’indomani si presentava ancora verde al centro, con inequivo- cabili segni di recupero vegetativo, voleva dire che il matrimonio si sarebbe celebrato nell’an- no in corso. Nel giorno di San Pietro e Paolo (29 giugno), recitando la formula: “ San Pì e San Po’, mègne u pjìscke a ci pàsse mò!” si lanciava all’indietro una pietra in una strada poco fre- quentata, poi si attendeva l’arrivo della prima persona che passava. Da essa si traevano indicazioni sul mestiere e sull’aspetto del futuro sposo. Se poi si voleva sapere quale sarebbe stata la sua posizione economica, si mettevano sotto il cuscino, prima di dormire, una fava intera con tutta la buccia, una metà con il guscio e un’altra sbucciata. L’indomani, al risveglio, si prendeva una fava, a caso: se capitava quella intera, si poteva sperare di sposare un uomo ricco, se capitava la mezza fava con il guscio, si prevedeva una posizione economica rassicurante, se veniva fuori la mezza fava sgusciata, la miseria più nera era inevitabile. Quando si voleva indagare più a fondo sul mestiere praticato dal futuro sposo, si versava in un bicchiere d’acqua l’albume di un uovo, si mescolava il tutto con una forchetta e si esponeva all’aria fresca della notte, dalla forma che assumeva, rapprendendosi in superficie, si cercava di capire di quale attrezzo si trattasse ed a quale mestiere si riferisse. Intanto venivano rivolte pressanti preghiere ai santi per invocare l’incontro con l’uomo del destino. Il più sollecitato è stato e rimane Sant’Antonio a cui ci si rivolge con una preghiera particolare, tramandata da madre in figlia:”Sant’Antonio con l’abito nero, fammi sognare il mio sposo vero, senza veli e con pieno intelletto, fammelo sognare accanto al mio letto.” Ancora più prerentoria era la preghiera rivolta a San Nicola, protettore delle donne da marito: “ Sanda Necòle mì abbunète, jòsce vacandì e l’ànne ci vène maretète; n’àlda vòlte tu dìche,: nònge vògghj stè chiù senza marìte.E, ci nò me fè maretè, patrennòstre non t’aspettè = San Nicola mio buono, oggi nubile e l’anno prossimo fa che sia sposata; un’altra volta te lo dico: non voglio più stare senza marito. E, se non mi fai sposare, preghiere non ne aspettare. Quella del matrimonio rappresentava una esigenza imprescindibile per donne che non avevano altre possibilità d’inserimento sociale, se si escludeva quella di monacarsi. Le donne potevano essere o spose di un uomo o spose di Cristo. Quelle che non riuscivano a sposarsi, erano guardate con astio dai parenti o nel migliore dei casi, con compatimento. “ A fèmene sènza stète jè accòme o pène sènza luète” La donna non sposata è come il pane senza lievito, una persona vuota, quasi senz’anima, condannata “ a fè u scuagghiòne” a struggersi nell’attesa di un marito.

Il giovane, pur avendo maggiore possibilità di scelta e di decisione, se aveva adocchiato una ragazza, per comunicare che era interessato a lei, non aveva altro modo per farlo se non quello di rivolgersi ad un sensale: “ u ‘mbasciatère” poichè, solitamente, non aveva l’ardire di presentare una richiesta diretta. Il sensale si presentava in casa della ragazza prescelta e, pronunciando la formula di rito: “ Jì vègne che dè onòre e che recève onòre” chiedeva se la ragazza in questione fosse libera e poi palesava il nome del ragazzo intenzionato a sposarla, ne tesseva le lodi , esaltando le qualità fisiche e morali e indicava i beni dotali. Se la ragazza era stata già promessa ad un altro, si tagliava corto, rispondendo: “ Me despièsce, a sègge stè già occupète” oppure: “ Né tenìme fìle da maretè!”. Se i genitori approvavano la richiesta, rispondevano che avrebbero comunicato la loro risposta, dopo essersi consultati in famiglia.

Nel frattempo,attraverso la rete delle conoscenze familiari, si prendevano informazioni dettagliate sul comportamento del ragazzo e sui suoi trascorsi. Giovani più intraprendenti ricorrevano ad un sistema molto sbrigativo: ornavano un ceppo di vite con foglie e fiori e lo ponevano, di notte, dietro la porta di casa della ragazza prescelta. L’indomani, visto il ceppo ed intuitone l’autore da qualche segno identificativo, la madre, se intendeva accettare la proposta, lo entrava in casa e con evidente compiacimento, annunciava a parenti ed amici: “Anne ‘nceppunète a fìgghia mè!” Intanto si provvedeva ad appendere ad un chiodo una sedia, accanto alla porta di casa o ad esporre alla finestra una pianta fiorita, per comunicare all’interessato l’accettazione della proposta avanzata. Se il giovane non era ben accetto, il ceppo veniva buttato in mezzo alla strada, così il malcapitato capiva subito che era stato rifiutato. Ma, poteva anche capitare che non si riuscisse a capire da chi proveniva il messaggio, in quel caso il padre si metteva il ceppo in spalla e, girando per il paese, chiedeva: “Ci à ‘nceppunète a fìgghia mè?”Quando l’interessato si presentava,se veniva accettato, lo si invitava a presentarsi in casa, accompagnato dai genitori, altrimenti si restituiva il ceppo e si diceva che la ragazza era stata già promessa ad un altro pretendente. L’uso del ceppo, elemento vivificante e propagatore della pianta rappresenta simbolicamente la famiglia e la procreazione, la donna paragonata, nelle canzoni popolari, a vari tipi di piante e frutti evidenzia la profonda sintonia con la natura dei nostri antenati. Dopo questi inevitabili preamboli,il giovane accettato veniva invitato a presentarsi in casa della ragazza per la cosi detta “riconoscenza” I giovani si potevano vedere da vicino e si parlavano per la prima volta, sotto lo sguardo vigile dei genitori e dei parenti; se l’incontro aveva esito positivo e doveva averlo comunque, dal momento che la ragazza non poteva contestare la scelta dei famigliari, il fidanzamento poteva considerarsi concluso. Seguiva la visita dei parenti del futuro sposo che andavano a conoscere la ragazza da vicino, a parlare della dote ed a concordare la data approssimativa del matrimonio,che si cercava di anticipare il più possibile, poiché “ non se po’ tenè u ciùcce attacchète che tànda tjìmbe” , specialmente se c’erano in casa altre ragazze da marito. Infatti non si usava accettare in casa più di un fidanzato alla volta: “Nònge ‘nghiène jùne ci né scènne l’àlde” Nell’incontro detto “u parlamènde” si ponevano le basi del futuro rapporto tra le famiglie degli sposi: si parlava dei beni dotali destinati agli sposi da entrambi i gruppi familiari e di essi si redigeva un elenco per poter effettuare un controllo al momento della esposizione pubblica del corredo, solitamente tre giorni prima del matrimonio. Questa intesa mirava ad assicurare garanzie al patto che s’intendeva stringere. Il tutto consisteva in un trasferimento di beni da una famiglia all’altra. Contraendo matrimonio, la donna passava dalla tutela del padre a quella del marito, dietro compenso di una dote. Risalente al codice di Hammurabi, la dote accompagna la donna come corrispettivo di un contratto di tutela e non una concessione di possesso. Questa disposizione entrata a far parte della legislazione greco- romana e longobarda riconosce al padre il diritto di possesso della dote e della figlia per cui, in casa di premorienza della figlia, la dote ritornava alla famiglia d’origine. Se c’erano eredi, solo una metà della dote rimaneva a disposizione del marito per il sostentamento dei figli fino alla maggiore età, quando essi entravano in possesso direttamente dell’altra metà del’eredità materna, detratta delle spese per la sua conservazione. In caso di successiva premorienza dei figli in età minore, il marito doveva restituire al dotante o ai suoi eredi la mètà della dote a lui affidata “pro usu ed utilitate filiorum”.Nel diritto longobardo entrava a far parte della dote muliebre anche la quarta parte di tutti i beni mobili ed immobili, presenti e futuri che il marito donava alla moglie il mattino seguente alle nozze come “pretium verginitatis”, si trattava del riconoscimento di una compartecipazione della moglie sul patrimonio del marito, che a lei spettava gestire, personalmente, in caso di premorienza del coniuge. Tutta questa procedura era regolata tra uomini: il padre, lo sposo, il notaio, le donne rappresentavano solo un oggetto silenzioso. Medea, protagonista dell’omonima tragedia greca di Euripide, dichiara: “ Le donne costituiscono la specie più miserabile della terra, costrette a pagare per acquistare uno sposo”.Infatti un detto popolare afferma: “ Nònge vè a zìte jìndr’a chjìse ci nònge stè a dòte jìndr’a càsce”= Non va la sposa in chiesa per sposarsi se non è pronto il suo corredo nella cassa. Non si contano, infatti, le storie angosciose vissute dalle donne a causa di amori perduti per mancanza di dote.” A bèlle senza dòte jàcchj chiù amànde ca marìte” recita un detto popolare. Del complesso della dote il corredo costituiva l’elemento centrale che, oltre a rappresentare un patrimonio materiale, evidenziava l’abilità e le conoscenze tecniche di chi l’aveva realizzato, quindi un elemento di prestigio in più per la sposa, fornita di quelle doti di pazienza, di costanza e di precisione ritenute fondamentale coronamento delle virtù femminili, specialmente nel caso di fanciulle provenienti dal bel mondo. Si trattava di attitudini utili a riempire giornate vuote e ad impedire pensieri e fantasie dal potere subdolo e pericoloso, in grado di minare l’equilibrio familiare e sociale. Potenza del ricamo, presente in ogni progetto educativo rivolto alle donne! Il contratto o capitolo matrimoniale, in uso presso le classi ricche e benestanti, non esisteva tra coloro che disponevano di un patrimonio irrisorio. Comunque un minimo di dote era ritenuto indispensabile per formare una famiglia per cui, in caso di estremo bisogno, veniva assicurato da pie istituzioni (denominate “maritaggi”) alle vergini “periclitantes”. Sin dal Medioevo, nei paesi del sud Italia, la dote veniva assegnata a fanciulle povere ed alle figlie di vedove, dai vescovi e da alcuni feudatari generosi, soprattutto nel Barese e nei paesi il cui protettore era san Nicola, tant’è vero che si diceva: “Spùsete,figghj, ca t’ajùte san Necòle”. Quanto alla consistenza della dote le variabili erano tante, da”Pànne a jùne e cùrchete ‘ndèrre”= solo i panni che si avevano addosso, senza neppure il conforto di un letto, o “Cànge e scànge”un cambio di abiti e di lenzuola per il letto, fino a “Pànne a dèsce” che rappresentava un corredo abbastanza ricco. Chi non possedeva altro che la forza delle braccia per affrontare la vita insieme, ironizzava su questo argomento con simpatici ed arguti versetti:” Què ‘nge stè na carta scrìtte addò se pàrle de matremònj, s’è spusète cuma Giudìtte e s’à pegghiète a Còle Andònj: jìdde à purtète che dòte na jaddìna cechète e jèdde na gràsta ròtte che fè u buchète.” = Qui c’è un documento scritto in cui si parla di matrimonio, si è sposata comare Giuditta con Nicola Antonio: lui ha portato in dote una gallina cieca e lei una vasca di creta rotta per fare il bucato. Chi si sentiva rinfacciare la mancanza di dote, rispondeva a tono, dicendo: “ E ci te l’à dìtte a tè ca né tègne dòte?Tègne nu gnòmmere d’àzza strefelète eppò màmme m’à prummìse mère e mònte e tòtte a gravìne, da pezzùle a pònte.”= Ma chi l’ha detto a te che non ho dote? Ho un gomitolo di cotone sfilato e poi mia madre mi ha promesso mare e monti e tutta la gravina da una punta all’altra. Quando la suocera accampava pretese che non si potevano soddisfare, la risposta a tono era pronta: Chèdda seròca mè vòle u mataràzze de lène.O scappè de l’àgghj, rengrazziàsse a Crìste ci l’ève de pàgghj” = mia suocera pretende che porti in dote i materassi pieni di lana. Quando raccogliamo l’aglio, ringraziasse Dio se riusciamo a riempirglieli di paglia (di granturco).In casi estremi, un detto popolare consigliava: “ Ci te jàcchj a maretè, prumìtte e né ddè” = Se ti capita l’occasione di sposarti, prometti anche se non hai nulla da dare, come risulta che abbia fatto la protagonista di questa strofetta: “ Cuma Jànne se vè vandànne ca tène a càsce chiène de pànne. Quànne arrìvene i mègghj fjìste vè cercànne pànne ‘mbrjìste”= La comare Anna si vanta dicendo che ha la cassa piena di panni, ma quando capitano le feste,va cercando panni in prestito.

Matrimonio del 1945 - Piazza De Martino a Castellaneta

L’impegno della dote ha fatto sì che la nascita di una figlia femmina era considerata un grave peso, una vera iattura per le famiglie, basta rammentare alcuni detti popolari per rendersene conto: “Nòtta pèrse e fìgghia fèmene!” ed ancora: “ I fèmene so cambièle!” per cui:“Viète a chèdda pòrte d’addò jèsse na fèmena mòrte”.

In effetti, in un periodo in cui la donna non esercitava un’attività remunerata, la dote rappresentava una riserva economica indispensabile nei momenti di bisogno. Il lavoro domestico, anche se richiede molteplici competenze ed un impegno incessante, non veniva considerato e questa mancata valutazione era condivisa dalle stesse donne che, dirigendosi verso l’altare su cui si sarebbe svolto il rito del matrimonio, recitavano segretamente la formula: “ Salgo queste scale sante perché ho trovato lo scemo che mi darà da mangiare.” Segno di profonda disistima e di estremo autolesionismo. Purtroppo questa era la situazione in cui vivevano le donne del passato che, confidandosi tra loro, non potevano fare a meno di ammettere: “Tànne i marètere so cuntjìnde, quanne ‘nge prepère da mangè, da bbève e non le cjìrche njìnde.” = allora i mariti sono contenti, quando prepari loro da mangiare, da bere e non chiedi niente. Ma bisogna farsene una ragione ed accettare qualsiasi situazione: “ Marìte e fìle, accòme Ddìj ti mànne te la tenè”.

Dal momento che la famiglia rappresenta per l’individuo e soprattutto per la donna , la dimensione della propria valenza umana e sociale, è necessario attenersi alle regole inflessi- bili, ma necessarie ad assicurare un matrimonio sereno e prolifico, il cui rito veniva organiz- zato con un’attenta cura dei dettagli da entrambe le famiglie degli sposi. Non era infrequente che, per i motivi più disparati, sorgessero malintesi tra le famiglie e l’amore tra i due giovani venisse contrastato. Se risultava impossibile comporre i contrasti, anche con l’intervento di parenti ed amici, il fidanzato “scennève a uagnèdde” che se ne andava con lui, all’insaputa di genitori, e si rifugiava in casa di parenti compiacenti. Dopo averla cercata ed essersi resi conto che la ragazza era fuggita con il fidanzato,i genitori inviavano un’ambasceria in casa del giovane per saggiarne le intenzioni, poiché non era infrequente il caso che il suocero venisse ricattato, con la minaccia che la ragazza non venisse sposata. Poichè la ragazza che” jère stète vanescète” rischiava di rimanere zitella,i genitori, anche se a denti stretti, dovevano sottostare alle imposizioni del futuro genero. In quel caso il matrimonio veniva celebrato all’alba, alla presenza di pochi intimi ed ogni festeggiamento era precluso. Qualche volta capitava che, per mancanza di mezzi, le famiglie degli sposi non erano in grado di affrontare la spesa dell’abito bianco e del banchetto, indispensabili per un matrimonio che si rispetti.In quel caso, di comu- ne accordo, preferivano far credere che la ragazza si fosse fatta sedurre, piuttosto che farsi ritenere dei pezzenti. “ Tànde accòme stòne i fàtte u sapìme nù e Crìste.!”Così tutti si salvavano la faccia a buon mercato.

Quando non c’era alcun impedimento e i preparativi per il matrimonio procedevano in pieno accordo tra le famiglie interessate, tutto veniva predisposto secondo un preciso rituale con scambio di doni che miravano a rafforzare il legame tra i fidanzati. Oltre ai monili in oro, il cosi detto “cungjìrte”, una parure di gioielli più o meno preziosi, si facevano dei regali legati a determinate ricorrenze. A Natale si usava regalare alla futura sposa un cuore di pasta reale, ricoperto di giuleppe e di palline argentate. La fidanzata, compiaciuta, dopo averlo mostrato a parenti ed amici, lo divideva in due e ne inviava una metà a casa dei suoceri. Il giorno delle Palme, il fidanzato regalava alla sua ragazza un mazzolino di fiori di stoffa e confetti,che le fioraie dell’epoca confezionavano, su ordinazione, per le future spose. A Pasqua si offriva un agnellino di pasta reale e, quando la fidanzata lo divideva, la parte della testa veniva recapita- ta a casa dei suoceri. La fidanzata ricambiava i doni ricevuti con un anello ed una catenina d’oro per il promesso sposo, oltre a fazzoletti e camicie ricamate con le sue mani. Primo passo verso la tanto agognata vita insieme era “U sìne e nòn” il matrimonio civile. Seguiva una festa, in casa della sposa, con banchetto, brindisi e balli.(Solo tarantelle e pizzica pizzica, poiché si riteneva irriguardoso abbracciare la sposa, prima del matrimonio in chiesa.) La settimana prima della celebrazione del matrimonio religioso era consuetudine che la ragazza non uscisse di casa. Era il periodo dedicato agli ultimi ritocchi al corredo, che veniva esposto al pubblico tre giorni prima del matrimonio, ma anche un’occasione di riflessione e di ammaestramenti sul futuro che attendeva la giovane donna. La sera della vigilia, percorrendo strade poco frequentate, la suocera accompagnava gli sposi, in chiesa, per la confessione.

L’indomani, prima di uscire di casa per andare in chiesa, la sposa, agghindata nell’abito bianco, si offriva all’ammirazione di parenti ed amici, mentre allo sposo era proibito vederla, perché ritenuto di malaugurio. Quando tutti i partecipanti al corteo erano riuniti, si disponevano secondo un ordine ben preciso fatto osservare dal “bracciere”che accompagnava la sposa all’altare. Per primi sfilavano la sposa ed il compare d’anello o bracciere, seguivano due o tre damigelle ( o paraninfe) accompagnate dai fratelli dello sposo e della sposa, dietro il padre della sposa con la moglie del compare d’anello. Lungo la strada curiosi e parenti ammiravano il corteo e lanciavano confetti e cannellini che i bambini cercavano di raccogliere “ o rangòne” Questa consuetudine si ricollega all’uso romano delle “nuces inglandes” che si lanciavano ai giovanetti, quando uscivano dalla puerizia e che rientra nell’ammenda pubblica, una specie di lapidazione simbolica, a titolo di espiazione dell’atto sessuale. Per lo stesso motivo il corteo veniva spesso fermato da ragazze da marito che sbarravano la strada, parando “a ziarèdde” un cestino legato con un nastro tenuto per i due capi. In esso il bracciere infilava pugni di confetti, ritenuti di buon augurio. La stessa funzione di ritardare l’incontro degli sposi avevano le serenate di tipo epitalamico, sotto la finestra degli sposi, durante la notte delle nozze ed ancora la consuetudine di spargere sale o zucchero nel letto degli sposi o quella di posizionare delle spazzole pungenti in corrispondenza dei piedi.

Celebrato il matrimonio , tra lanci di confetti ed auguri, gli sposi si dirigevano verso la casa dello sposo, dove li attendevano le rispettive mamme per baciarli ed augurare loro” o una buona sorte o una santa morte”. Seguiva il banchetto con ricche libagioni e brindisi alla salute ed alla felicità degli sposi. La giornata si concludeva con balli e quadriglie a cui partecipavano tutti gli invitati, anche i più anziani, per onorare gli sposi. Per la prima volta essi ballavano abbracciati, tra gli applausi e gli auguri di prosperità e felicità.

Dopo la festa del matrimonio, per otto giorni gli sposi non uscivano di casa, era la così detta “settemène de criànze” di cui gli sposi approfittavano per conoscersi meglio ed impostare le loro vita futura. La mattina successiva alle nozze, le mamme degli sposi andavano a trovarli per verificare se il matrimonio fosse stato “regolarmente consumato” e, se lo ritenevano necessario, ne davano pubblica testimonianza. Nei giorni successivi si presentavano le cognate sposate di entrambi i coniugi per informarsi su come andavano i rapporti tra di loro e, se era necessario, intervenivano con suggerimenti e consigli. Dopo gli otto giorni gli sposi uscivano insieme per andare a messa: il marito con l’abito indossato per le nozze, la moglie con un vestito elegante, per lo più scuro: “l’àbbete da scennùte”. Questo vestito era tenuto da conto e veniva indossato solo nelle grandi occasioni. Se, malauguratamente, la sposa moriva prema- turamente, soprattutto di parto, il vestito che indossava nella bara era proprio quello “da scennùte. Dopo la messa, gli sposi facevano una passeggiata per le strade principali del paese per farsi notare. Intanto li attendeva un ricco banchetto in casa dello sposo, al termine andavano a far visita a parenti ed amici che avevano partecipato al matrimonio, per ricambiare l’onore ricevuto Tutta la ritualità del matrimonio, di origine antichissima e tipicamente pagana è stata adottata in parte dal Cristianesimo, che ha sempre cercato di eliminare quelle manifestazioni che avessero un valore segnatamente superstizioso e di privilegiare quelle che avessero un significato etico-sociale. La sacralità del matrimonio, basata su una impostazione gerarchica, che decretava la sottomissione della donna, è stata considerata a lungo indispensabile per la stabilità della istituzione matrimoniale. Non importa se alla donna veniva imposto un adattamento mimetico alla vita religiosa, sociale ed economica del marito, dal momento che non le veniva riconosciuto neppure la gestione personale di una metà della sua dote, in quanto essa doveva risultare conforme alla politica familiare,regolata dal capo famiglia. Comunque il ruolo fondamentale della famiglia, incentrato sulla paternità e la maternità, ha rappresentato il legame simbolico tra una umanità passata ed una futura, una specie di immortalità. Cosi spiega la consuetudine di dare il nome dei nonni ai nipotini. Dare il nome di un parente ad un bambino significa assegnargli un punto di riferimento, prefigurargli un percorso di vita già sperimentato, quasi una replica genetica della persona che lo ha già portato. Infatti gli anziani dicono: “Stèsse nòme, stèsse vìse, stèsse destìne”. Il “nomen quasi omen” dei Latini. In tal modo si prefigura una struttura circolare del ciclo familiare, l’idea di una grande famiglia di vivi e di morti, sempre uguale nel numero, dal momento che ciò che si perde da una parte si guadagna dall’altra. In questo contesto s’inserisce anche la consuetudine di far muovere i primi passi ai bambini nelle chiese, in cui, anticamente, erano seppelliti gli antenati. In passato, infatti, si usava liberare dalle fasce i bambini, il sabato santo, quando, coperti da una camiciola “ a vestecèdde” si portavano ai piedi dell’altare ove la madre recitava la formula: “Sepuldùra, sepuldùre, fè scapelè stù criatùre! = Sepoltura, sepoltura, fai muovere i primi passi a questo bambino. Queste usanze, accumulatesi attraverso i secoli nella loro grande varietà, sono rintracciabili in tutta l’area delle regioni meridionali e risalgono a tempi ormai lontani, se si tiene conto del fatto che la tradizione del ceppo, simbolo della famiglia, è ricordata in un suo idillio da Teocrito, nel IV sec. a. C., quella dell’anello nuziale fu introdotta dagli Egiziani come copia simbolo del sole che infonde calore, luce e vita nell’universo, altrettanto dicasi dei riti di divinazione, della consuetudine del corteo nuziale, inteso come manifestazione pubblica che vincola gli sposi all’impegno assunto. Tutte tradizioni che evidenziano l’importanza che, sin dai primordi, l’uomo ha assegnato a questo rito di passaggio che rappresenta il momento fondamentale della vita umana associata.

 

(Domenica Terrusi)

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