Pro Loco CASTELLANETA
Pro Loco CASTELLANETA

CASTELLANETA MEDIEVALE

 

Il Colle ARCHINTO

 

a cura di Mons. Donato COLAFEMMINA

 

Se uno, giocando di fantasia, per qualche istante denudasse al completo il colle Archinto di tutto l’abitato, sacro e profano, le piazzette, le vie, i vichi, le gradinate e le arcate, si farebbe un quadro esatto di quello che in origine, nella notte dei tempi, prima ancora che l’uomo primitivo vi trovasse abitacolo nel suo grembo foracchiato e intessuto di caverne, è stato detto colle: una piccola altura quasi a sé stante, in lieve salita da occidente verso oriente, con al centro una stretta e tortuosa fascia più o meno pianeggiante, fiancheggiata a nord-est da un burrone profondo e caratterizzato da aspre e rocciose sporgenze e rientranze a picco, e, verso mezzogiorno, da un declivio in forte pendenza, irto di dirupi e solcato da anfratti, avvivata da una flora e da una fauna tipicamente locale.

Da quando l’uomo vi ha messo piede, nessuno avrebbe mai pensato che questo colle, anonimo per tanti e tanti secoli, per tutto il periodo della Magna Grecia e la decomposizione dell’Impero Romano, avrebbe avuto un nome soffuso di tale grazia e dolcezza musicale tipicamente ellenica da richiamare alla memoria le antiche città del Peloponneso, Corinto e Tirinto.

Si è portati a ritenere che, storicamente, il nome l’abbia ricevuto sotto il dominio greco-bizantino, durato tra un’alternarsi di conquiste, di sconfitte e di ritentate conquiste, circa 600 anni nell’Italia meridionale, sino all’avvento dei Normanni, nel sec. XI.

La storia ci dice che i territori nell’Italia meridionale soggetti a Bisanzio erano divisi in “themati” o “themi”,  a capo dei quali c’era il catapano, che nella gerarchia bizantina era considerato l’espressione diretta della potestà imperiale di Bisanzio, la massima autorità militare e civile, il sovrintendente dei territori bizantini, il governatore generale.

I themati erano suddivisi in “Xorion”, diminutivo di “Xora”. Ogni Xorion comprendeva il borgo e il territorio annesso. A capo del Xorion c’era l’arconte, amministratore capo. Dalla presenza dell’arconte amministratore del Xorion sarebbe derivato il nome Archinto, un nome composto di tre elementi: “arke”, che significa “comando”, “en” –in, e “dhus”, che significa “elevazione”, cioè comando posto in luogo elevato, scelto come sede dell’Arcontato, non nel senso di suprema magistratura dell’antica Atene, ma nel senso di amministratore capo del Xorion, in nome dell’Impero Romano d’Oriente.

Quando nel sec. IX si ebbero le prime scorribande dei Saraceni, il Xorion per necessità di difesa si trasformò in “Kastron”, cioè in luogo fortificato, con mura, torri e castello, dove la popolazione, per sottrarsi alle scorrerie delle orde saracene, potesse trovare rifugio e sicurezza. Nelle nostre contrade i primi segni della furia devastatrice e saccheggiatrice dei Saraceni si ebbero nell’842 con la distruzione dei vari casali sparsi nel nostro territorio. Ci permettiamo di far notare che la voce “Xorion” significa anche “luogo aspro e scosceso”, e tale era appunto, per felice coincidenza di cose, la nostra collina, la quale per la sua stessa configurazione di sito alpestre, dirupato e roccioso e per la presenza del burrone, naturale baluardo di difesa e di protezione, era il più adatto per diventare “kastron”, cioè luogo fortificato oltre che da madre natura anche da un sistema difensivo in uso secondo le esigenze dei tempi e dei continui pericoli di incursioni saracene. Cedendo ad una legittima curiosità, ci siamo presi il fastidio di scorrere uno per uno i documenti riportati dal Perrone nella sua opera per vedere se vi fosse citato il colle Archinto: ironia della sorte, neppure una volta sola lo si legge nei diplomi, privilegi, concessioni e capitoli concernenti Castellaneta, dal tempo dei Normanni all’ultimo barone, Carlo III de Mari.

Nelle 49 pergamene dell’Archivio capitolare, che vanno dal 1200 al 1357 e che Mastrobuono riporta nel 2^ vol. della sua opera, sei volte si legge “intus in castello Francorum”, una volta “intus in castro Francorum”, ma neppure una volta sola si fa il nome del colle Archinto. Nondimeno, ad onta di tanto silenzio, contra factum, si dice, non valet argumentum: il nome Archinto è un fatto che sopravvive da secoli né si può pensare che esso sia calato dal cielo o sia venuto su per generazione spontanea. Indubbiamente, nei secoli andati, presumibilmente sotto la dominazione bizantina, ci dev’essere stato un fatto di natura politico-amministrativa o una circostanza particolare che l’ha originato.

A tutt’oggi, si parla ancora di colle Archinto, il solo che in tutto il comparto territoriale ionico porta tale nome: il che significa che al silenzio assoluto dei documenti concernenti la storia di Castellaneta, vi ha supplito, per fortuna, la viva voce di un’antica tradizione locale, che di secolo in secolo ha trasmesso sino a noi il nome proprio di un colle dove si è costituito il nucleo originario dell’odierna Castellaneta.

Non è il caso di rifugiarsi nel fascinoso campo della leggenda, né di collegarsi a distruzioni e riedificazioni pre e post-romane e neppure di elencare le opinioni, così varie e, per di più, discordanti tra loro, di non pochi storici per spiegare le origini della nostra città. Stiamo al fatto: pur non negando, in base agli avanzi di antiche città, ormai scomparse, in contrada Minerva, su Monte Camplo in contrada SS. Trinità, sull’altura della Castelluccia e, probabilmente, anche in qualche altra zona del nostro territorio, è sul colle Archinto che il corso degli eventi ha determinato la nascita e lo sviluppo di Castellaneta.

 

Città medievale

 

L’insediamento del primo aglomerato abitato sul colle Archinto si ricollega col problema stesso delle origini della nostra città. Le matrici storiche così sono state sintetizzate dal Perrone:

Vuoi perché le condizioni igieniche delle campagne nostre una volta salubri e popolate, mutassero affatto per le infezioni palustri che ne viziavano l’aria, vuoi per i turbonosi eventi di guerra che in tutti i tempi desolarono queste nostre contrade, vuoi infine per le incursioni dei Saraceni, che nell’ottavo o nono secolo posero a sacco e ruba ancora le città fortificate, gli abitanti di questi casali e borgate si videro costretti trasportare i loro lari in Castellaneta, la quale situata in aria salubre, difesa dalla natural protezione del pauroso burrone, e munita di mura e di fossati, presentava loro più sicuro e men pericolante asilo. Dessa, che potea pure appellarsi allora Castanea, la chiamarono, dal latino Castellum, Castella unita, villaggi uniti, donde con lieve modificazione derivò Castellaneta”.

Secondo il Mastrobuono, distrutta la città situata in contrada Minerva con tutti i casali sparsi nel territorio durante la lunga, dura e gagliarda guerra greco-gotica (a. 535-553), questo turbinoso periodo impose, per la prima volta, un movimento di migrazione verso il colle Archinto, di aggregazione e di fusione col nucleo ivi preesistente.

Quando la furia saccheggiatrice, depredatrice e sanguinaria dei Saraceni, dopo l’occupazione della Sicilia (a. 826) e l’invasione della Calabria (a. 839), piombò nella regione appula e nel 947 imperversò anche quella degli Ungari o Unni Avari, provenienti dalla Dalmazia, questo secondo turbinoso periodo ripropose la necessità di una comune difesa, ripromesse il trasferimento “in ium locum” dei superstiti alla distruzione dei loro casali sparsi nel nostro territorio e accompagnò il riunirsi e il riorganizzarsi su quella parte del colle Archinto considerata la culla della futura Castellaneta, in grembo ad un’altura rocciosa e di difficile accesso, che, almeno per allora, non offriva altro sistema di difesa da opporre agli invasori che la sua posizione naturale, l’habitat del suo sottosuolo ricco di ricettacoli cavernosi e la gravina. In tal modo, durante i secoli del basso medio evo e attraverso tante peripezie, ha avuto inizio e si è sviluppato il processo creativo ed evolutivo del primigenio agglomerato formatosi sul colle Archinto. Era quindi naturale che quel primo aglomerato di abitanti, dopo una fase di emergenza nei rifugi del sottosuolo del colle Archinto, passasse ad una fase di ben definita e stabile di habitat in superficie. Così ebbe inizio e, col passar dei secoli, ebbe sviluppo e si delineò sempre più la nuova realtà di quel primo centro abitato che, nella storiografia cittadina, sia sotto l’aspetto topografico e demografico sia sotto il profilo urbanistico va considerato il nucleo primigenio e fondamentale della Castellaneta città medievale.

Chi risale agli albori di tante altre città appule e ne ripercorre il faticoso cammino attraverso le varie fasi della loro formazione e il tessuto delle loro vicende, constaterà che non diverso dal nostro è stato anche il processo creativo ed evolutivo di non pochi agglomerati sorti in Puglia nel basso medio evo e pressoché contemporaneo al nostro. Anch’essi, come Ascoli Satriano, Deliceto, Ischitella e monte S.Angelo in terra dauna, Altamura e Gravina in terra di Bari, Grottaglie e Maruggio sul versante jonico, Cisternino, Fasano, Oria, Ostuni e Torre S.Susanna sul versante brindisino, Diso, Otranto, Parabita e Ugento nel Salento, sentirono, come da noi, la necessità di arroccarsi in posizioni elevate più sicure e fondersi in un’unica comunità civica.

 

L’antico centro storico

 

Ci si domanda: prima ancora che dai Normanni in poi l’abitao inglobasse tutta l’area del colle Archinto, in quale parte di detto colle era ubicato ed entro quale ambito era circoscritto quel primigenio nucleo di abitanti i quali, al tempo delle invasioni barbariche e in particolar modo in seguito alla furia devastatrice dei Saraceni, per premunirsi contro nuove aggressioni “pensarono di riunirsi a comune difesa sul colle Archinto”?

L’esame di un documento e la voce della tradizione locale inducono a pensare che la primigenia dimora di quel primo nucleo di abitanti va ricercata in quella fascia del colle Archinto che attualmente comprende Via Municipio, Via Teatro, Via Sacco, Via Giudea e Vico dei Greci; in quest’area va ricercato l’epicentro generatore dell’odierna Castellaneta.

Con a ridosso la parte più alta del colle, inerpicato, arroccato e quasi appollaiato sulla scarpata più scoscesa del colle, rivolto a mezzogiorno e di fronte al suo stesso territorio; vicinissimo, in direzione est, a quel tratto di gravina che dall’angolo del palazzo baronale sino alla punta di Caporlando, in Contrada Casa Sola, si slarga a forma di semicerchio e presenta massicce pareti talmente a picco da essere denominato, per autonomasia, il “precipizio”, quel primo nucleo, durante il periodo del basso medio evo, ivi trovò rifugio, sicurezza e sopravvivenza, favorito, anche da un naturale habitat che il colle Archinto, nel suo sottosuolo cavernoso, offriva ai superstiti dopo la distruzione dei loro casali.

D’altronde, quel nucleo primigenio non poteva meglio insediarsi e trovare più sicuro abitacolo della zona poc’anzi accennata, racchiusa e protetta da una piccola cinta muraria, in ordine di tempo il primo apparato difensivo sorto sul colle Archinto intorno a quel primo agglomerato abitato.

L’esistenza di questa prima cinta muraria, trova la sua conferma in un documento, pergamena che si conserva nell’Archivio di Stato di Taranto, sezione notarile, concernente la presenza di una piccola comunità di ebrei in quel tratto di strada tuttora denominata Via Giudea, cosa completamente ignorata sia dal Perrone che dal Mastrobuono.

Il documento è il frutto delle ricerche fatte da un insigne studioso sulla presenza di comunità ebraiche in varie città appule e lucane: don Cesare Colafemmina, di Acquaviva delle Fonti.

Quella indicazione “Via Giudea”, una delle vie più antiche della nostra città, gli è stata motivo di ricerche ed ha avallato il lui la convinzione che anche a Castellaneta, nei secoli passati, vi è stata una piccola colonia di ebrei proprio in quel ristretto spazio del colle Archinto dove è nato e si è svolto,  secoli prima dell’evo moderno, il processo creativo ed evolutivo della nostra città.

Nel suo opuscolo “La Giudea” di Castellaneta, così egli scrive: “Giudea e Giudecca – da Judaea, Judaica – erano i nomi con cui nel Medioevo venivano indicati il quartiere o la via in cui abitavano gli ebrei. Il toponimo tradisce quindi un’antica presenza giudaica, di cui costituisce per perecchie località pugliesi l’unica documentazione superstite. Colonie di ebrei, come è noto, erano sparse un po’ dappertutto in Puglia fin dal tardo antico. Castellaneta non può risalire con la sua Giudea tanto lontana, avendo acquistato una certa importanza solo al tempo dei Normanni, dai quali appunto il suo nucleo fortificato trasse il nome di Castrum Francorum. In Castellaneta Via Giudea si snoda attualmente tra Via Teatro e Via Dei Greci, in quello che è il centro storico della cittadine. La lunghezza della via sembra però sproporzionata rispetto all’antico tessuto urbano per cui si può congetturare che vi sia stata un’estensione nel tempo del toponimo, il cui epicentro doveva comunque trovarsi in un punto dello spazio compreso tra le odierne Via Teatro, Via Municipio, Via dei Greci e via Giudea stessa. L’unica menzione della Giudea nelle carte medievali si ha finora in una pergamena datata 2 giu 1465.

Nel documento Cobella de Marici assegna al genero, Antonio de Perrone, la metà di un casalino, comprendente anche un melograno, sito all’interno della città di Castellaneta, nel luogo detto la Iodeca, presso la casa dotale dello stesso Antonio ad oriente, presso le mura della stessa città ad occidente, presso l’altra metà dello stesso casalino a nord. Il dato che la Giudecca confinava ad occidente con le mura della città è di rilevante importanta per la conoscenza della storia urbanistica di Castellaneta perché rivela che nel sec. XV l’estensione del borgo non coincideva con l’attuale centro storico ma era assai minore. Le mura occidentali cioè non dovevano distare molto dalle odierne Vie dei Greci e Via Municipio e terminavano, a nord, a Porta Necata, che si apriva su Piazza Sedile, cioè l’antica platea, ma fuori della prima cinta muraria, in suburbio, come in suburbio sorgevano la chiesa di S.Pietro de Foveario e nei pressi dell’odierno Pendio S. Domenico  la chiesa di L. Lorenzo, martire romano.

Alla forza probativa del suaccennato documento circa l’ubicazione del primigenio nucleo abitato e difeso si aggiunge la voce della tradizione locale. Secondo un’antica consuetudine, nel gergo contadinesco e nella momoria dei più anziani sopravvivono espressioni molto indicative circa l’ubicazione del primo nucleo abitato sul colle archinto e l’esistenza di una prima cinta muraria.

Le espressioni di rito nel gergo contadinesco erano le seguenti: “Voche à porte a prumette”, vado alla porta a promettere; “Am’à sscì à porte” dobbiamo andare alla porta. Anche allora, la voce “promettere” significava che, pattuita la mercede giornaliera, chi era assunto a lavorare per conto terzi, data la caparra, s’impegnava di recarsi l’indomani sul posto di lavoro indicato da parte di chi l’aveva assunto. Orbene, da un sondaggio fatto presso non pochi contadini, giornalieri o salariati, tra i più avanzati in età, è risultato che la voce “a porte” indicava, sic et simpliciter, il luogo dove, per immemorabile consuetudine, si recavano il primo mattino o verso sera sia i datori di lavoro che i prestatori della manodopera. Il luogo d’ingaggio era l’antica “platea Castellaneti”.

Questa indicazione si riferiva alla porta della seconda cinta muraria, denominata “Porta Necata”, di etimo tuttora inspiegato ed inspiegabile. L’esistenza di questa pota ubicata all’inizio dell’attuale Via Municipio, risulta nei documenti del 1256, del 1258, del 1358 e del 1468 dell’Archivio capitolare.

Trasmessa oralmente di generazione in generazione, l’espressione “a porte” non avrebbe alcun senso topografico e toponomastico se non avesse un suo specifico riferimento storico ben preciso. Perciò, secoli prima ancora che il castellum Francorum si estendesse su tutta l’area del colle Archinto e fosse circondato dalla grande ed ultima cinta muraria, questa era l’unica porta di uscita e di accesso alla città, e a questa vi menava quella che nel secolo scorso è stata chiamata Via Vittorio Emanuele II e che in origine non doveva essere altro che un modesto e tortuoso viottolo di campagna, in progressiva salita sino al tratto più alto della collina. L’eistenza di Porta Piccola (porta pizule) è citata soltanto in una pergamena del 1424, il che significa che nel sec. XV Castellaneta aveva due porte: l’una principale, o maggiore, denominata Porta Necata o, come tuttora si dice, Porta Grande, alla quale si accedeva per un ponte gettato sul fossato, e l’altra secondaria e di dimensioni più ridotte, Porta Piccola.

 

Sviluppo topografico e demografico

 

“Memorabile, dice il Perrone, è la storia di Castellaneta per i lunghi e ripetuti assalti sostenuti contro i diversi dominatori che ne facevano centro delle loro scorrerie. Saccheggiata ed atterrata dai Saraceni nell’842, soggiocata, sotto i Normanni, dal conte Goffredo nel 1064, ripresa dai Greci nel 1067, e riconquistata definitivamente dal duca Roberto Guiscardo nel 1080, continuamente sotto l’incubo di nuove incursioni da parte dei Saraceni”, Castellaneta, col suo nucleo primigenio appollaiato verso la parte più alta del colle Archinto, riuscì a sopravvivere alla furia devastatrice degli eventi bellici e alle incursioni dei Saraceni.

Non diversamente dal processo formativo ed evolutivo di non pochi borghi, villaggi e paesi appuli che durante l’arco di tempo del basso medio evo trovarono stabile dimora e costituirono il primo centro abitato in posizioni naturalmente più salubri, con l’immancabile apparato di una cinta muraria, adattata all’entità dell’agglomerato, alla necessità dei tempi e alla gravità dei pericoli esterni, era naturale che sotto la spinta di un continuo incremento demografico, dovuto principalmente all’affluire dei superstiti rifugiatosi sul colle Archinto in seguito alla distruzione dei loro casali, quel primo agglomerato di abitanti da una fase di emergenza nei rifugi del sottosuolo passasse ad una fase di habitat in superficie, mediante la costruzione di casupole fatte, com’era uso di quei tempi, di tronchi di albero, di assi di legno, di travi che sorreggevano un rozzo pietrame, frammisto di argilla.

Alle prime costruzioni di casupole seguirono altre, poi altre ancora e così di seguito, fino a quando quel primo agglomerato di casupole, in continua crescita assunse l’aspetto di centro abitato. Tenendo presente la configurazione naturale del colle Archinto e le sue caratteristiche planimetriche, quel primo agglomerato di costruzioni ebbe uno sviluppo chiuso, con case basse, poco spaziose, collegate internamente al primo habitat nel sottosuolo, le une addosso alle altre, con un reticolo stradale stretto, tortuoso, breve, caratterizzato da rampe incassate nella roccia e variabile secondo l’andamento altimetrico. …

In base all’attuale assetto del centro storico formatosi ed estesosi su tutta l’area del colle Archinto e con una cinta muraria, la terza ed ultima in ordine di tempo e tale da imglobare, da mezzogiorno e da occidente, la Castellaneta post – medievale, si constata che sull’area del colle Archinto, per legge di adattamento alla configurazione naturale del sito stesso, si andò man mano sviluppando il caratteristico sistema edilizio a “spina di pesce”, cioè con una strada principale al centro e con altre collaterali, con diramazione opposta, alcune verso nord – est ed altre verso sud. Infatti, l’attuale centro storico, preso nel senso lato della parola, ha per strada principale Via Vittorio Emanuele II (l’antica “via pubblica per quam itur ad plateam”, la quale termina e sfocia in Piazza De Martino. A partire da questa e per chi sale verso il centro storico, collateralmente hanno inizio Via Perrone e Via Carrare. Quella sbocca in Via La Marina, formatasi “in plano”, all’interno e lungo la grande cinta muraria, questa, invece dopo una serie di vichi più o meno lunghi a seconda delle sporgenze o delle rientranze della gravina (Vico Catalano, Vico S.Marco, Vico Forcella, Vico Del Vecchio, Vico Rosario e Vico Sedile) nell’antica piazza del popolo.

Le stesse caratteristiche di Via Carrare contrassegnano Via Muricello, fiancheggiata a nord-est da una serie di piccoli vichi (Vico Festa, Vico la ruota, vico Gigante, Vico Tutti i Santi, Vico Bardinella, Vico S.Giovanni e Vico Cozzariello), ai  quali fa riscontro, verso sud, un dedalo di viuzze che fa da contorno alla Cattedrale. Del caratteristico sistema edilizio e viario a “spina di pesce” sono segno inconfondibile e chiara conferma anche Pendio Patroni, Largo Menzullo e Pendio Lagroya, pendii che, attraverso un reticolo stradale in pendenza, stretto, sinuoso ed intricato, quasi da labirinto, e con scalinate piuttosto ripide ed abbuiate da arcate, scendono e sfociano in Via La Marina e a Porta di Mezzo. Tranne Via Vittorio EmanueleII, intestata nel secolo scorso al Re Galantuomo (quondam Via degli Orefici), le intestazioni del reticolato stradale del Centro Storico contengono o riferimenti storici, come Via Sacco, Via Municipio, Via Giudea, Vico Sedile e Vico dei Greci, o riferimenti a personaggi che in passato si sono distinti nel governo amministrativo della nostra città, nell’arte del pennello, come Francesco Paolo Forcella, nella scuola, come Antonio Bardinella, nella liberalità, come il vescovo Federico De Martino, o riferimenti ad antiche ed illustri casate, come i Perrone, i D’Alagni, i Catalano, i Lagroya, i Meledandri, i Sarapo, i Tafuri, ecc.

Dispiace davvero il dover dire che Castellaneta, con l’abbattimento del suo antico apparato difensivo, di cui restano pocchissime tracce, e con la demolizione delle sue Porte, delle quali ci è rimasto solo il nome, ha perduto i connotati e le caratteristiche di città fortificata.   

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