Pro Loco CASTELLANETA
Pro Loco CASTELLANETA

Il brigantaggio meridionale

Il Brigantaggio

tratto da un articolo di Domenica Terrusi

 

Un testo, fresco di stampa, “ I Brijànte de Terra Nostre” un altro volume dell’Almanacco “Terra delle Gravine” accurato e minuzioso nelle ricerche, ricco di immagini inedite, la cui veridicità è largamente avvalorata dalla tradizione orale, conferisce un ruolo da protagonista al Brigantaggio del nostro territorio. In una storia, a lungo negata e relegata ai margini di un’epopea tutta scritta, opportunisticamente, dai vincitori, gli autori Domenica Terrusi e Francesco Durante restituiscono dignità e giusto valore ai reprobi della vicenda. Un fenomeno molto controverso, il Brigantaggio, che risale agli albori della storia umana e che si ripresenta, ciclicamente, in tutte le situazioni di esasperata ingiustizia sociale.

Quello post-unitario fu una triste realtà che, dietro il para-vento del legittimismo e della lotta per il ritorno dei Borbone sul trono delle Due Sicilie, nascondeva più reconditi e non certo nobili ideali. Il trapasso dei poteri da una dinastia legittimata dal tempo ad una considerata usurpatricero aggravò le misere condizioni in cui versava il popolo in seguito ad un insopportabile tassazione ed all’introduzione della coscrizione obbligatoria. Esasperati da questa situazione insostenibile, larghi strati della popolazione si costituirono in bande armate e, nei primi mesi del 1861, entrarono in azione in tutto il Mezzogiorno, dagli Abruzzi alla Calabria, dalla Lucania alla terra d’Otranto.

Erano costituite da renitenti alla leva, sfuggiti alla cattura ed alla fucilazione, da soldati ed ufficiali del disciolto esercito borbonico rimasti senza stipendio, da ex garibaldini disgustati dalla piega presa dagli avvenimenti e da una innumerevole schiera di pastori e contadini nullatenenti, delusi dalla mancata ripartizione dei demani. Questi fuorilegge, senza progetti e senza speranza, preferirono mettere in gioco la loro vita riuscendo, finalmente, a liberarsi dalla fame ed a cibarsi delle pecore e degli agnelli dei padroni che, prima, avevano solo guardato, senza poterli toccare.

Le bande erano costituite da numerosi uomini ,che avevano bisogno di continui rifornimenti per il sostentamento quotidiano. Favoriti dalla complicità di pastori e contadini che, inizialmente, diventavano manutengoli più per la loro tranquillità che per interesse, si rifornivano di viveri, di armi e di cavalli nelle ricche masserie del territorio. Ma le prestazioni ricevute venivano regolarmente pagate per compensare le coperture che venivano assicurate quando i guerriglieri si rifornivano di quanto serviva ai bisogni della vita e della lotta. A tal proposito, la voce popolare parlava di gente, che si era arricchita con il Brigantaggio. Spesso i briganti erano accompagnati da donne, costrette a seguirli, contro la loro volontà, perché vessate dalle forze dell’ordine per il fatto che erano mogli, madri, sorelle o amanti dei briganti. Altre imboccavano quella strada senza ritorno, per libera scelta, ma tutte esercitavano una funzione di sostegno e protezione verso quegli uomini che si erano messi fuori la società.

Allettati dalla possibilità di un miglioramento di vita, che la loro misera condizione non avrebbe mai potuto consentire, sempre più disperati, a frotte, seguirono i più spregiudicati, che avevano la stoffa di capi. Questi, a loro volta, erano aizzati da agenti borbonici e da esponenti di famiglie facoltose del Sud, che temevano di perdere il potere e i beni, con il cambio del padrone. Ad un certo punto i diseredati del Sud, sostenuti economicamente dai soldi che il clero questuava nelle chiese, il così detto ”obolo di San Pietro” ed equipaggiati dagli armamenti forniti da Francesco II, senza volerlo, diventarono strumento di una compagine politica che, fino a quel momento, li aveva oppressi e spogliati.

Non va dimenticato che i Borbone avevano governato con il sistema delle tre “effe”: - feste, farina e forca – per cui è poco credibile che il popolo abbia lottato spontaneamente per il re Borbone; è più accettabile la tesi che, essendo profondamente religioso, abbia accettato di difendere la Chiesa, spogliata dei suoi beni dai Piemontesi che si permettevano di sconsacrare i conventi e persino di perseguitare i credenti.

Comunque i briganti approfittarono della situazione favorevole per combattere, principalmente, i proprietari liberali, che erano nemici del re e causa della loro situazione di derelitti, costituendo, inconsapevolmente, una potente forma di opposizione all’autorità costituita ed una seria minaccia all’Unità d’Italia, che il governo sabaudo ritenne necessario combattere con determinazione.

Inizialmente, gruppi di ribelli scorazzavano indisturbati , perpetrando rapine e rapimenti a fini di estorsione, creando allarme e insicurezza nei territori interessati dal fenomeno, per cui i rappresentanti del Decurionato chiesero ed ottennero dai superiori di “consentire agli abitanti di avere, in casa e nelle masserie, armi per la propria difesa e sicurezza”. Per dare la caccia a “quella gentaglia raccogliticcia” furono costituite, nei vari paesi, compagnie di Guardie nazionali, formate da cittadini fisicamente validi e di età non superiore ai 45 anni. Con il passare del tempo l’azione dei fuorilegge divenne sempre più organizzata e minacciosa, a questo punto intervenne l’esercito dei vincitori per combattere i ribelli. La lotta con le forze militari fu dura e crudele e si protrasse per 10 anni. Ma a chi fu affidata, principalmente, la repressione? A carabinieri e militari reclutati soprattutto tra Pugliesi, Campani e Lucani, divenuti uomini di legge per sfuggire alla fame. Strumentalizzati dall’aristocrazia terriera, passata a sostenere il governo unitario per mero interesse, si scontrarono in una terribile guerra civile tra poveri, senza limiti e senza freni. L’esercito subì numerose sconfitte, perché non riusciva mai a misurarsi in una battaglia campale. L’azione e la tattica dei briganti era il classico “mordi e fuggi”. L’apparizione improvvisa, dove era stato individuato un drappello di soldati che, sistematicamente , veniva annientato. Per circa due anni, con attacchi impegnativi o con scaramucce i briganti tennero in allerta le truppe e le forze dell’ordine. Il Governo piemontese, allora, decise di intervenire con maggiore determinazione e, nel 1863, emanò la famigerata “legge Pica” che istituì i tribunali militari, minacciò la fucilazione per chi fosse stato colto con le armi in mano, impose il domicilio coatto per tutti i sospetti di manutengolismo, nello stesso tempo, prometteva uno sconto di pena, non più la fucilazione, ai briganti che si fossero consegnati spontaneamente. Fu sfruttato il fenomeno del pentitismo e delle taglie per catturare i capi delle bande e spesso non sfuggirono alla cattura neppure le donne che furono fucilate insieme ai loro uomini e i loro corpi ritratti per l’album fotografico dei comandi militari. Per portare la libertà al Sud, lo stato sabaudo era ricorso ad un intervento apertamente illiberale, giustificabile solo per una colonia. Se è vero che i briganti operarono soprattutto nei boschi e nelle campagne, essi riuscirono a fare un gran numero di proseliti ed a resistere ai feroci attacchi della repressione, solo perché assecondavano gli impulsi che venivano, inizialmente, da tutto il Sud, da una società che si sentiva minacciata e offesa.

Lo scrittore Vincenzo Padula affermò: “ Si hanno i briganti, quando si ruba per vivere e morire con la pancia piena, si ha il Brigantaggio, quando la causa dei briganti è la causa del popolo, allorquando questo lo aiuta, gli assicura gli assalti, la ritirata, il furto e ne divide i guadagni.” Ma, quale fu l’entità della partecipazione al Brigantaggio? Dai dati ufficiali piemontesi, secondo Antonio Pagano, autore del libro “Due Sicilie 1830 – 1880” risulta che i fucilati furono 15.665, i morti in combattimento circa 20.000, incarcerati per motivi politici, 47.700, 37 paesi rasi al suolo, circa 40.000 i senza tetto. Ci furono morti anche dalla loro parte, anch’essi pagarono un alto prezzo all’ Unità d’Italia, anch’essi soffrirono e morirono senza nessuna gloria. Le cifre ufficiali parlano di qualche migliaio di uomini, ma solo dagli archivi degli Stati maggiori può venir fuori l’esatta entità delle perdite.

L’apparato repressivo andò da un minimo di 88.000 uomini ad un massimo di 120.000. A tanto sangue sparso, bisogna aggiungere le sofferenze di quanti furono condannati a marcire nelle carceri, gli incalcolabili danni derivanti dalle case incendiate, dalle coltivazioni devastate, dalle migliaia di capi di bestiame abbattuti, dalla sospensione protratta dell’attività agro-pastorale, mentre su quella fragile economia gravavano un’elevata pressione fiscale ed un’inflazione galoppante. Tra il 1863 e il 1865, allontanatasi la possibilità di un ritorno dei Borbone, il Brigantaggio fu battuto sul piano militare, anche se diversi elementi continuarono a lottare, poiché ritennero di non poter tornare indietro, avendo alle spalle solo rovine, lutti e sangue. Il baratro del sospetto che li separava da baroni e galantuomini non si poteva colmare se non dando o aspettandosi la morte. Tante esperienze dolorose contribuirono a far sentire ancora più lontano e ostile lo stato italiano che aveva praticato fino all’indecenza il sistema delle taglie e della delazione, inducendo i più meschini a spiare, calunniare ed accusare, seminando sospetti e rancori, difficili da sopire. I Piemontesi avevano lasciato ovunque una lunga scia di sangue e di rancori per il modo sprezzante con il quale avevano trattato le popolazioni, spadroneggiando e commettendo infamie ed eccidi non inferiori a quelli dei briganti, definiti dal Lombroso, ufficiale medico dell’esercito piemontese, “frutto selvaggio dell’ambiente mediterraneo, espressione tipica di una razza maledetta”. L’ultimo oltraggio per questo “popolo del dolore “ come Zimmermann definì i briganti.

Il Brigantaggio in terra d'Otranto

 

a cura di Domenica TERRUSI

 

La proclamazione del Regno d'Italia era stata formalmente preceduta e legittimata dai plebisciti, svoltisi in un modo quanto mai discutibile:  nei seggi elettorali era posizionata un'urna in cui, sotto lo sguardo inquisitore di militari ed esponenti locali della Guardia Nazionale, bisognava prendere una scheda su cui era stampato il "Si" o una in cui vi era il "No"  e votare. Contro questa prevaricazione, molti filoborbonici organizzarono, dapprima in forma disosrdinata e confusa, in seguito sempre meglio articolata, una sorta di guerriglia contro lo Stato sabaudo, sotto il vessillo del deposto sovrano di Napoli, Francesco II, anche per difendere la religione che i liberali e quei senzadio dei Piemontesi offendevano, sconsacrando i  conventi, togliendo le terre alla Chiesa, perseguitando i credenti. La notizia della reazione, partita dalla Lucania, si sparse immediatamente e centinaia di uomini si presentavano per arruolarsi.

L'armata s'ingrossava  sempre di più intorno a Crocco e Ninco Nanco, raggiungendo quasi 2000 uomini.

In una situazione di dilagante illegalità, povertà, soprusi e vendette, la strada della rivolta diventava inevitabile e furono proprio i contadini, i cafoni armati ad animare le prime reazioni e furono soprattutto loro a subire la repressione, quando la partita si risolse a vantaggio dei liberali e dei piemontesi. Quando, sul finire del 1860, i piemontesi ordinarono la leva agli ex sudditi del Regno delle Due Sicilie, molti non se la sentirono  di prestare servizio in favore di un  Re che non conoscevano. Nei primi mesi del 1861 l'esercito effettuò rastrellamenti per catturare i renitenti alla leva, molti che non riuscirono a giustificare la loro mancata presentazione, furono arrestati e spesso fucilati. Un turbine di sofferenze e risentimenti  investì il Meridione, sicchè contadini, pastori, artigiani, soldati di re Francesco (in misura consistente rispetto agli ufficiali che riuscirono ad entrare nel Regio esercito sabaudo, cambiando casacca, dopo aver prestato giuramento e servito il re delle Due Sicilie) per tutta la primavera e l'estate del 1861 operarono senza sosta.

Trattandosi di bande armate senza sussistenza, se non riuscivano ad ottenere dai loro fiancheggiatori viveri, armi, polvere da sparo, qualche medicinale, il danaro per le paghe degli uomini, taglieggiavano nemici ed amici che pagavano più o meno spontaneamente, purchè fossero salve le loro case, le loro greggi, la loro incolumità. Miseria e disperazione alimentavano la violenza e i saccheggi, che si diffusero in tutto il Mezzogiorno. Dagli Abruzzi alla Calabria, dalla Terra di lavoro ad Otranto entrarono in azione numerose bande, più o meno simili a quella di Crocco. La rivoluzione liberale aveva trionfato nelle città, ma nelle campagne e nei boschi si stava sviluppando una preoccupante reazione per cui l'alto comando di Napoli cominciava a temere che la capitale e le città più importanti potessero essere conquistate dai ribelli. Il timore dei Piemontesi si tradusse in una duplice azione repressiva: nelle città la polizia scatenò una feroce caccia ai sospetti borbonici, che vennero imprigionati e torturati senza alcuna  pietà; nelle campagne fu organizzata una risposta militare  alla diffusione delle bande armate. I paesi vicini alle zone di operazione delle bande furono vessati dall'occupazione di soldati e milizie civiche. Tutto il Meridione fu praticamente in stato d'assedio per anni, senza leggi e senza garanzie statutarie.Oltre al divieto di portare le armi, fu imposto  a tutti quelli che andavano a lavorare in campagna di non avere cibo abbondante nelle bisacce, per evitare che potessero rifornire i ribelli. L'obbligo dei lasciapassare  limitò la libertà di movimento di pastori e braccianti, determinando un pauroso ristagno dell'attività agro-pastorale e alimentando, ulteriormente, il brigantaggio.

Molti giovani, infatti, per sfuggire alla leva e al rigore delle leggi piemontesi, si buttarono in braccio ai ribelli. Con attacchi impegnativi  o con scaramucce tennero in allerta le  truppe e le forze dell'ordine. Verso la metà del 1863 il governo italiano emanò la legge Pica, che istituì i tribunali militari: si minacciava la fucilazione per chi fosse stato colto con le armi in mano, s'imponeva il domicilio coatto per tutti i sospetti di manutengolismo, nello stesso tempo si prometteva uno sconto di pena, non più la fucilazione, ai briganti che si fossero consegnati spontaneamente. I più scaltri o i più deboli, convinti dai parenti o dai galantuomini, che ne erano i manutengoli, nell'estate del 1863 si presentarono alle autorità. Negli ultimi mesi delllo stesso anno, il generale Emilio Pallavicini sfruttò il fenomeno del pentitismo e delle taglie per  catturare i capi delle bande brigantesche. Non sfuggirono alla cattura ed alla fucilazione neppure le donne che, per lo più, avevano abbandonato le loro case  e si erano rifugiate nei boschi con i ribelli per sfuggire all'arresto, poichè madri, sorelle, mogli o amanti di briganti. Molte morirono durante gli scontri, tante furono fucilate e i loro corpi ritratti per l'album fotografico dei comandi militari. Nella cultura popolare i briganti, eccessivi negli amori e nelle vendette, erano ammirati per il coraggio, l'audacia, la destrezza: doti naturali esaltate dalla conoscenza profonda dei luoghi in cui operavano e da un servizio d'informazioni molto efficiente, che permetteva loro rapidi spostamenti a cavallo, mentre le truppe di fanti, carabinieri, cavalleggeri, bersaglieri, ignari delle insidie e della natura del territorio, erano disorientati e non disponevano neppure di carte  topografiche. Per portare la libertà al Sud, lo stato sabaudo era ricorso ad un intervento apertamente illiberale, giustificabile solo per una colonia. Il generale Sirtori aveva affermato: " Il brigantaggio deve vincersi o con l'amore o con il terrore", ma non seppe adottare che la seconda soluzione.

Massimo D'azeglio, contrario a questa scelta, in una lettera al senatore Carlo Matteucci, sosteneva: " A Napoli abbiamo cacciato un sovrano per stabilire un govero sul consenso universale. Ma non ci vogliono e pare non bastino 60 battaglioni per tenere il Regno.

E' notorio che, briganti o non briganti, non tutti ne vogliono sapere. A Italiani che, rimanendo Italiani, non volessero unirsi a noi, non abbiamo il diritto di dare archibusate. Io non vorrei fucilare chi la pensa diversamente da noi." Se è vero che i briganti operarono soprattutto nelle campagne, essi riuscirono a fare proseliti ed a resistere ai feroci attacchi della repressione solo perchè assecondavano gli impulsi che venivano da tutto il Sud, da una società che si sentiva minacciata e offesa. Lo scrittore Vincenzo Padula affermò: " Si hanno i briganti, quando si ruba per vivere e morire con la pancia piena, si ha il brigantaggio, quando la causa dei briganti è la causa del popolo, allorquando questo lo aiuta, gli assicura gli assalti, la ritirata, il furto e ne divide i guadagni."

La vita dei briganti, senza progetti e senza speranza, dal momento che la morte era sempre in agguato, consentiva di liberarsi dalla fame, di cibarsi finalmente delle pecore e degli agnelli dei padroni che, prima, avevano solo guardato senza poterli toccare.

Per i contadini, diventare briganti, rappresentava un miglioramento piuttosto che un peggioramento della loro condizione di oppressi e di sfruttati. Ma,quale fu l'entità della partecipazione al brigantaggio? Le autorità, per motivi di opportunità, non tennero aggiornato il conto dei briganti e dei manutengoli uccisi, nè di quelli incarcerati. Franco Molfese, autore dello studio più accurato sul brigantaggio post-unitario, parla di circa 400 bande di almeno 5-10 elementi con presenze costanti fino al 1865, nonostante le perdite. Intorno ad essi una folla di gente, che vedeva e faceva finta di non vedere, e che, per paura o per simpatia, collaborava con loro, poichè non accettava il nuovo regime e intendeva reagire a quello che, ai suoi occhi, appariva un grande sopruso. Per il periodo giugno 1861- dicembre 1865, il Molfese sostiene  che 5212 briganti siano stati fucilati o uccisi durante i combattimenti, 5044 siano stati arrestati, 3597 si siano presentati alle autorità. Dai dati ufficiali piemontesi, secondo Antonio Pagano, autore del libro "Due Sicilie "1830-1880"  risulta che i fucilati furono 15.665, i morti in combattimento circa 20.000, incarcerati per motivi politici 47.700, 37 paesi rasi al suolo, circa 40.000 i senza tetto. L'apparato repressivo andò da un minimo di 88.000  uomini ad un massimo di 120.000. Ci furono morti anche dalla loro parte, anch'essi pagarono un alto prezzo all'Unità d'Italia, anch'essi soffrirono e morirono senza nessuna gloria. Le cifre ufficiali parlano di qualche migliaio di uomini, ma solo dagli archivi degli Stati Maggiori può venir fuori l'esatta entità delle perdite.

A tanto sangue sparso, bisogna aggiugere le sofferenze di quanti furono condannati a marcire nelle carceri, gli incalcolabili danni materiali derivanti dalle case incendiate, dalle coltivazioni devastate, dalle migliaia di capi di bestiame abbattuti, dalla sospensione protratta  dell'attività agro-pastorale, mentre su quella fragile economia si abbattevano un'elevata pressione fiscale ed un'inflazione galoppante. Tra il 1863 e il 1865, allontanatasi la possibilità  di un ritorno dei Borboni, il grande brigantaggio fu battuto sul piano militare, anche se diversi elementi continuarono a  lottare, poichè ritennero di non poter tornare indietro, avendo alle spalle soltanto rovine, lutti e sangue.Il baratro di sospetto che li separava da baroni e galantuomini non si poteva colmare se non  dando e aspettandosi la morte. Solo nel 1870 si cominciò a smantellare l'apparato militare repressivo. Tante esperienze dolorose contribuirono a far sentire ancora più lontano ed ostile lo stato italiano che, oltretutto, aveva  praticato fino all'indecenza il sistema delle taglie e della delazione, inducendo i più meschini a spiare, calunniare ed accusare, seminando sospetti e rancori,  difficili da sopire.

Scorrendo le pagine della storia ufficiale e gli atti dei processi penali a carico dei briganti, una definizione più o meno ricorrente , li qualifica come “uomini di perduta moralità e autori d' infiniti misfatti." Attingendo alle voci sommesse di chi li ha conosciuti da vicino, emergono storie di rabbia e di morte, ma anche di uomini che hanno affrontato con ferocia e pari dignità la loro parte.

Dietro ogni nome,dietro ogni vicenda personale,lo stesso carico di fame e di odio. Nella visione popolare questa torna di ribelli incarna il mito della inafferabilità e addirittura dell'invulnerabilità derivante soprattutto dalle varie forme di protezione loro assicurata, in cambio di elargizioni generose e continue.

Fino a quando il cerchio non si chiude attorno a loro, nei boschi che li accolgono, alla gente del popolo i briganti sembrano magicamente protetti dagli alberi, dalle gravine e dai fossi in cui si rintanano. Solitamente dalle espressioni lapidarie, che condensano la loro storia, traspaiono orrore e pietà.

“Digghja fè a fine du Craparijdde” “Tè ffe fè a fine du Craparjdde” due espressioni altamente significative della fine terribile e indimenticabile toccata al brigante Antonio Locaso, che operò nel territorio di Castellaneta e dei paesi limitrofi. Ma quale altra scelta rimaneva ai contadini nullatenenti e analfabeti da sempre umiliati e sfruttati e costretti anche al servizio militare obbligatorio? Quale alternativa si offriva ai soldati del disciolto esercito borbonico, emarginati e dileggiati nei loro paesi poichè, nelle manifestazioni innegianti ai Savoia, non applaudivano o non si toglievano il cappello?

Segnalati dai loro sindaci negli elenchi dei soggetti alla leva, se non si presentavano e risultavano reperibili, venivano arrestati. Il governo sabaudo riuscì ad incarcerarne 40.000 in tutta Italia, giusta la metà dell'intero esercito di Francesco II.

Due testi:"I lager dei Savoia" di Fulvio Izzo e "Maledetti Savoia" di Lorenzo Del Boca richiamano l'attenzione su questo lato oscuro dell'Unità d'Italia. A quelli che riuscirono a sfuggire alla cattura non rimase altro scampo che darsi alla macchia come fece Cosimo Mazzeo di San Marzano soprannominato "Pizzichicchio" per la sua bassa statura,come fece Crocco che si autodichiarò generale in Basilicata, come fece il sergente Romano di Gioia del Colle, Francesco Buono di Santeramo e tanti altri.

Furono proprio questi esperti di tattica militare a coordinare le azioni dei ribelli che,all'indomani dell'Unità, si vennero aggregando in bande spontanee, nel nostro territorio. Del resto, inizialmente, neppure i signorotti locali mostrarono simpatia verso il governo nazionale, per paura di perdere i privilegi acquisiti e le terre demaniali variamente usurpate. Da un atto penale risalente al 15 novembre 1861 apprendiamo che il capitano della Guardia Nazionale di Castellaneta, Mauro Perrone, ritenuto da tutti un galantuomo, denuncia all'autorità giudiziaria 24 notabili del paese tra cui Gennaro Terrusi, uomo d'età - 71 anni - che riveste la carica di assessore comunale, Gennaro Angelini, Domenico Sarapo, Francesco Castellano, Ciro Magliari, Francesco Mastroviti ed altri per aver pronunciato ad alta voce e con schiamazzi: "Abbasso il Consiglio della Guardia Nazionale, Abbasso gli assassini, Abbasso i Gesuiti, Abbasso i Cattolici, Vogliamo servire sotto i reazionari!" ed altre espressioni oltraggiose e di disordine. Citati a comparire dinanzi al giudice Leonardo Tommasi, nel convento  dei Domenicani, dichiarano tutti di essere innocenti, anzi di aver zittito coloro che avevano pronunciato quelle frasi ingiuriose. I 30 testimoni ascoltati dichiarano di aver sentito quelle frasi, ma di non essere in grado di indicare chi le avesse pronunciate. Vengono tutti assolti, tranne un certo Domenico Castellana, sarto di professione, condannato ad un'ammenda di 51 lire. Furono poi gli stessi signorotti ad avvalersi delle bande brigantesche, operanti sul territorio, per difendere i loro interessi. Risulta sorprendente il formidabile ed intenso operato del brigante locale Antonio Locaso, originario di Abriola (PZ) che abbandona nottetempo la masseria di Rocco Giacoia, altro comandante della guardia nazionale di Castellaneta, presso cui aveva lavorato come pastore  di capre dai 18 ai 22 anni, esasperato  dai soprusi e dai maltratttamenti subiti e, soprattutto, per non ottemperare agli obblighi di leva. Si dà alla macchia nel giugno del 1862 e in una delle sue prime azioni  a danno dei signorotti locali, viene descritto "vestito da contadino con un cappello nero guarnito da una fettuccia rossa, basso e piuttosto pieno". Un identikit approssimativo, ma calzante con il suo soprannome de "Craparjìdde" Per cambiare radicalmente la sua condizione di miseria, l'unica soluzione gli era sembrata quella di diventare brigante. Solo il brigante, al pari del ricco, poteva sedere a tavola ogni giorno e avere cibo e rispetto. Unitosi, inizialmente ad un certo De Bellis di Cassano, detto Angelicchio, al fratello Francesco noto come il Cavalcante, a Marino Todisco, in seguito a Carmine Casella di Vico Equense, ex soldato borbonico, instaura subito rapporti amichevoli con pastori e massari nelle zone in cui opera e nel bosco Stornara, con la loro complicità, scava due ambienti sotterranei in cui i briganti si rifugiano di notte e in caso di pericolo.  In questo periodo diverse  masserie costituiscono una specie di rete logistica a disposizione delle bande armate. In poco tempo  la banda Locaso allarga il suo raggio d'azione al territorio di Laterza, Ginosa, Palagianello e Massafra, in cui fa numerosi proseliti; poi entra in contatto con la banda di Francesco Buono di Santeramo detto Senzafegato che, nell'ottobre del 1862 si aggrega a quella del Crapariello. L'incontro con la banda del sergente Romano di Gioia del Colle, figlio del capraio Giuseppe e di Anna Concetta Lorusso, filatrice, diventa determinante, poichè viene sollecitato ad unirsi a lui per ripristinare la deposta monarchia borbonica. Insieme assaltano  la masseria  dei monaci di S. Domenico tra Noci ed Alberobello, ma la 16 compagnia del 10 Regg. Fanteria li attacca e, nello scontro, molti briganti vengono uccisi,tra cui il La Veneziana di Carovigno, detto "il figlio del Re" altri, tra cui il Mazzeo, rimangono feriti, 11 vengono catturati. Da quel momento i briganti di Locaso si dividono dalla banda Romano e attuano frequenti razzie di animali, di armi, di cibarie ed estorsioni di cospicue somme di denaro dagli esponenti filogovernativi della borghesia locale:Sgobba, Magliari, Picaro, Viscardi, Sarapo, Tafuri, Meledandri e tanti altri. Se gli interessati disattendono le loro richieste, i briganti incendiano masserie e ovili, maltrattano, sequestrano e  uccidono i simpatizzanti del nuovo governo. Nessuna pietà è loro riservata.

    LA LEGGE PICA CONTRO IL BRIGANTAGGIO

Il 3 Ottobre 1862, durante un'aggressione nella masseria Coppola Piatta, in agro di Palagianello, Martino Todaro e il figlio Giuseppe entrambi filogovernativi, dopo essere stati depredati di animali e finimenti, vengono picchiati con un nervo di bue dal Locaso e il figlio Giuseppe, che si era permesso di dire pubblicamente: " E' morto il porco!" riferendosi a Francesco II, viene minacciato di morte.

Ma una giornata memorabile per le imprese brigantesche della banda Locaso è il 17 Ottobre 1862, quando assalgono la masseria di Giulio Catalano alle Matine, in agro di Castellaneta e, dopo aver depredato animali, armi e cibarie, avendo notato la presenza di Raffaele Conserva, ex garibaldino, Locaso lo colpisce con diversi colpi di fucile e lo finisce con un colpo sparato a bruciapelo in un orecchio.

Portano con loro Giuseppe Infantini, figlio naturale di Giulio Catalano e avvertono che se, entro una settimana, non avessero ricevuto tremila ducati nel bosco Selvapiana, in agro di Mottola. avrebbero ucciso l'ostaggio. Di lì la banda si sposta a San Basilio e si reca nella vicina locanda ove alcuni briganti requisiscono tutte le armi e le cibarie che trovano oltre ad un anello d'oro ed un orologio a doppia cassa. Avendo notato la presenza del guardaboschi D'Eredità e della guardia nazionale Semeraro che, alcuni giorni prima, a Mottola, avevano calpestato un ritratto di Francesco II, Locaso ordina di fucilarli. Il cadavere di Semeraro viene trovato bruciato e con il cranio sfondato da un colpo di sciabola di Locaso. Da S. Basilio si spostano a Palagianello dove, entrati nel posto di guardia, abbandonato precipitosamente dalle guardie nazionali rifugiatesi nel castello baronale, prelevano 4 fucili e la bandiera nazionale, inneggiando a Francesco II. Dai tetti del castello le guardie sparano alcuni colpi di fucile e i briganti tentano immediatamente l'assalto, ma vengono  dissuasi dai familiari dei briganti locali Trisolini e D'Onghia, accorsi sul posto. Mentre si allontanano di lì, lungo la strada incontrano una mandria di buoi che risultano essere di proprietà di Donato D'Aprile dalla cui abitazione  erano stati sparati alcuni colpi di fucile contro di loro. Immediatamente i briganti sparano contro le bestie e, sotto gli sguardi atterriti dei bovalari, uccidono 10 buoi. Il giorno dopo la banda attua numerose estorsioni nel territorio di Massafra, ove numerosi elementi si aggregano spontaneamente alla banda. Il 19 ottobre entrano nel villaggio di Crispiano ove frantumano uno stemma regio rimosso da un negozio di privativa e, al grido di Viva Francesco II, costringono la banda di Locorotondo, che si trova lì per la festa patronale, a suonare l'inno borbonico e intanto altri elementi si uniscono spontaneamente alla  comitiva.L'insicurezza delle strade era diventata drammatica, tra la gente del popolo e, soprattutto presso i trainieri,  circolava un ritornello, molto ricorrente: "Alla vìj de Bbère, jì nò m'assecùre: 'nge stòne i malavìte, cu rasùle!" Nel mese di novembre compiono ancora numerose razzie di animali e di pane nel territorio di Castellaneta e di Laterza, ma vengono spesso assaliti dalle truppe regie per cui molti briganti abbandonano la banda e si constituiscono alle autorità. Locaso e i suoi fedelissimi dapprima si rifugiano nel bosco di   Noci, ma anche lì, insieme alla banda del Romano, subiscono numerosi attacchi.  Il 7 Dicembre 1862 i sopravvissuti  si dividono  e ognuno prende la sua strada, il Crapariello si rifugia nel bosco di Ginosa fino alla metà di dicembre poichè la presenza militare diventa sempre più pressante.Il 5 gennaio 1863 nei boschi tra Santeramo e Gioia del Colle la banda del sergente Romano cade in un'imboscata dei cavalleggeri Saluzzo e il Romano viene uccisc insieme a diversi suoi compagni. Locaso con i suoi fedelissimi, informati  dell'eccidio, si tengono al riparo nei boschi di Ginosa fino alla metà di gennaio e,  per diversi giorni l'attività della banda si blocca, rimangono  perfino digiuni per non farsi individuare. Il 16 gennaio il sindaco Strada,di Ginosa, studia un piano strategico: "la caccia in tela come si fa con gli animali selvaggi" con la partecipazione congiunta della cavalleria di stanza a Castellaneta, la maggior parte della guardia nazionale  e la truppa, in  tre diverse colonne. Nei pressi della masseria Sterpine di Ciro Magliari, il famigerato capobanda, detto il capraro,fu catturato e condotto a Castellaneta dove fu processaro dal capitano Petrocchi del 12 regg. Cavalleggeri Saluzzo, di stanza nel seminario di Castellaneta, affiancato dai giudici Giulio Catalano e Giuseppe Palmisano.

Alla lettura di capi d'accusa a suo carico, oppose un silenzio distaccato ma, alle domande che gli furono poste , rispose con coraggio e dignità e ascoltò il verdetto di condanna a morte senza scomporsi. Accompagnato dal tenente Zorzi verso il luogo dell'esecuzione, presso le Tre Croci, benedetto dal suo confessore don Placido Patarino, aspettò i colpi che lo atterrarono.

Erano le ore 22  del 17 gennaio di una serata gelida e ventilata che non scoraggiò la partecipazione di una piccola folla tra cui una certa Maddalena Marangini, conosciuta come Jannarèdde che lo pianse per due giorni interi, tutto il tempo in cui il cadavere del Craparjìdde rimase esposto in  piazza Vittorio Emanuele. L'epopea di questo intraprendente pastore  di 22 anni non era durata che sei o sette mesi ed era stata stroncata dal tradimento di un suo confidente  che gli aveva propinato dell'oppio in una bottiglia di vino.Senza quell'espediente,  costato 4000 lire di taglia, difficilmente la cavalleria Saluzzo, la fanteria e i regi carabinieri, malvisti dalla popolazione per aver impedito di attingere l'acqua al pozzo dei Domenicani, sarebbero riusciti a catturarlo.Le sue gesta, senz'altro deprecabili e crudeli, non avevano mirato ad altro che alla ricerca di una vita migliore dopo tanta emarginazione e sfruttamento. Il 22 giugno 1863  venne catturato e giustiziato, presso la chiesa dell'Assunta, Angelo De Bellis che, appresa la notizia della fucilazione di Locaso, presentendo la sua fine, affidò a Francesco Casamassima, salariato presso la masseria di Ciro Magliari, una carta chiedendogli di conservarla, poichè sarebbe tornato a prenderla quando gli sarebbe servita. Appresa la notizia della sua fucilazione, il Casamassima consegnò la carta affidatagli, dichiarando di non averla letta, poichè  analfabeta. Si trattava di un buono di 24 ducati emesso a favore di Angelo De Bellis da Nunzio Maiellaro, con la nota che tale denaro venisse assegnato come dote a sua figlia Maria, sotto la tutela della madre Filomena Schiattone,  a cui il buono venne consegnato. Un altro eroe senza gloria che rivela un profondo attaccamento alla famiglia. Il fratello del De Bellis, in cosidetto Cavalcante, entrò a far parte della banda di Crocco, che operò nel  mese di dicembre del 1863 tra Castellaneta e Ginosa. Nello stesso territorio continuava a imperversare la banda Chiappino capeggiata da un certo Perrone di Laterza. Il 22 Ottobre 1863 subi un attacco da parte della guardia nazionale, durante il quale vennero uccisi Giovanni De Feudis di 25 anni, originario di Castellaneta e Francesco Larinsiata di Conversano di appena 24 anni. Per frenare gli attacchi dei briganti, il consiglio Comunale era stato costretto a stanziare somme cospicue per costruire barricate e porte di sicurezza all'ingresso di tutte le strade che menavano fuori paese oltre che ad istituire una postazione di controllo per sorvegliare tutti coloro che si recavano in campagna, per non portarvi  di più della giornaliera "vittitazione". Nel territorio di Castellaneta operava ancora la banda di Pizzichicchio, il Mazzeo,che il 6 dicembre 1863 venne decimata dalla Guardia nazionale, fornita di recente di fucili a percussione in sostituzione di quelli a silice. Tra i 17 briganti uccisi  non venne identificato Mazzeo, riuscito a fuggire. Venne catturato a Martina Franca, nascosto in un comignolo, di lì fu trasferito a Potenza dove,agli inizi del 1864 ,venne fucilato.Il 13 e il 28 gennaio 1864  si verificarono altri scontri nel territorio di Castellaneta tra i carabinieri, affiancati da tiratori scelti, e i briganti che avevano organizzato una banda di circa 200 uomini,  sia in contrada Montecamplo che  in contrada Marina. L'ultimo scontro  fu  micidiale per le forze dell'ordine che subirono gravissime perdite,diciotto militari morti furono sepolti nella chiesa della Mater Cristi, altri  furono sepolti in un'antica fornace di calce. In quel combattimento cadde anche il sergente Oreste Gorra di Parma , il quale fu sepolto nella chiesa di San Michele Arcangelo.  Malgrado il successo riportato, per timore di rappresaglie,  la banda dei briganti si frantumò, il Cavalcante  e Marino Todisco si costituirono alle  autorità per aver salva la vita, tra il mese di marzo  e il mese di giugno  i pochi  briganti rimasti in loco attuarono  diversi furti e sequestri, ma verso la fine dell'anno gli ultimi fuochi della ribellione s'erano spenti. Quando il 27 maggio 1865 gli ufficiali di una compagnia del 16 regg. di fanteria pretesero di essere alloggiati in Castellaneta per combattere il brigantaggio, il sindaco Sarapo  rifiutò  sostenendo che il paese godeva da tempo di perfettissima tranquillità e la  presenza dei militi non era più necessaria. All'insistenza del capo della compagnia il sindaco si dimise. Si concluse così, a livello locale. la tanto discussa emergenza brigantesca postunitaria, senza che i problemi della società meridionale fossero stati sanati.

Breve lista dei crimini imputati al craparo Antonio Locaso di Abriola (PZ) 1841- 1863 ed alla sua banda brigantesca:

 

 

12 – 13 Luglio   Incendio di un pagliaio, adibito ad abitazione di pastori e ricovero di animali, nella masseria Sgobba, ad opera di  20 ignoti tra cui Antonio Locaso, capo di una comitiva di malviventi, Angelo De Bellis di Cassano, Carmine Casella di Vico Equense, soldato disertore del 30 Regg. di Fanteria

 

 

23 Luglio  4 carabinieri reali, della  Nona legione della stazione di Castellaneta, in uniforme di servizio, vengono attaccati da 5 briganti presso la masseria S. Andrea, ove si erano recati per arrestare un tal Latella, renitente alla leva. Mentre si riposavano un poco nella masseria, furono assaliti a fucilate ed il carabiniere Sartori Pietro fu ferito alla tempia sinistra. Al momento dell'attacco erano presenti 40 persone di diversi paesi che tentarono di opporre resistenza, ma i briganti fuggirono in una gravina vicina e lasciarono sul terreno un mazzo di sigari che avevano rubato nella masseria Bolzanello e avevano abbandonato 2 mule della stessa masseria.

 

 

14 Agosto 1862  Due briganti, armati di fucili a due canne  e pistole a corta misura, vestiti da contadini, con cappelli neri, uno guarnito con fettuccia rossa, il primo basso e piuttosto pieno, che diceva di chiamarsi Antonio Locaso, autore d' infiniti reati, uomo di perduta moralità e dedito al brigantaggio, il secondo alto e magro, rimasto sconosciuto, chiedevano con minacce 1000 ducati a Giuseppe Speziale, mentre si recava  a cavallo alla sua masseria San Matteo ( da una relazione della Giunta Comunale di Castellaneta all'autorità giudiziaria)

 

 

15 Agosto  Sequestro di Francesco Conte e Giuseppe Speziale con tentata estorsione di 4000 lire.

 

 

24 Settembre 1862   Giuseppe  Cassano, vetturale presso la masseria Fatizzone, tenuta in fitto da  Antonio  Todaro, viene aggredito da Francesco Nicola D'Onghia di Palagianello e da altri briganti della banda  Locaso e depredato di una giumenta di manto morello del valore di L. 200

 

 

26 Settembre 1862  Grassazione di animali ed altri oggetti del valore di L.623 ai danni di Giuseppe Giorgio Perrini, presso la masseria Tartaretta, in agro di Castellaneta, da parte di dieci malfattori sconosciuti, individuati poi come appartenenti alla banda Locaso.

 

 

27 Settembre 1862   Grassazione di due giumente del valore di L. 594  in  danno di d. Giuseppe Catalano, nella masseria Gigante , in agro di Castellaneta da parte di 11 o 12  briganti armati della banda Locaso.

 

 

3-4 Ottobre 1862  Nella notte viene rubato un cavallo del valore di L.297 a danno del sig. Vincenzo Viscardi, nella sua masseria Tartaretta, in agro di Castellaneta.

 

 

7 Ottobre 1862  Una comitiva di 12 briganti aggredisce la masseria Coppola Piatta ad un km da Palagianello, tenuta in fitto da Martino Todaro e dal figlio Giuseppe e, dopo aver depredato tre fucili di cui uno a baionetta, una sella, una briglia ed una chitarra, si allontanano verso le campagne di Ginosa: Tra essi furono riconosciuti dal Todaro: Locaso che faceva da capo, Nicola D'Onghia, Domenico Nuzzi, Giuseppe Marinuzzi, Francesco Clemente, Pasquale Trisolini.

 

 

10 Ottobre 1862  Grassazione di un cavallo del valore di L.340  a danno di Giovanni Sportelli, fittavolo della Masseria Bellarienzo del sig. Tafuri, in agro di Castellaneta, da parte di 11 briganti  armati di fucili e pistole, che, dopo alcuni giorni, abbandonavano il suddetto cavallo, nei pressi della masseria.

 

 

15 Ottobre1862  Appropriazione armata di un cavallo a danno di d. Saverio Meledandri, in contrada Rene S. Matteo, in agro di Castellaneta, da parte di 30 briganti armati di tutto punto, tra cui Antonio Locaso, Marino Todisco, Francesco Paolo Valerio, detto il figlio del Cavalcante, Antonio Sportelli, il figlio di Zumpoballo.

 

 

17 Ottobre 1862 la banda Locaso, di 32 briganti a cavallo, assale la masseria Matine del sig. Filippo Cassano e depreda dalla stalla una giumenta e diversi altri oggetti. Prima di partire Locaso consegna al salariato Giuseppe Bufano un biglietto   per il sig. Cassano a cui ingiunge di spedirgli un cavallo un fucile,un paio di pistole e munizioni da guerra, altrimenti sarebbero tornati ad incendiargli la masseria.

 

 

17 Ottobre 1862  Un'orda di malfattori capeggiati da  Antonio Locaso aggredisce la masseria  Matine di Giulio Catalano e depredava diversi  fucili, poche cartucce e una giumenta. Prima di partire alcuni sparano dei colpi di fucile contro Raffaele Conserva, un ex garibaldino e lo lasciano a terra morto.  Portano con loro Giuseppe Infantini, figlio naturale del Catalano e fanno sapere che se non riceveranno nel bosco di Selvapiana la somma la somma di 3mila ducati, lo avrebbero ucciso.

 

 

17 Ottobre 1862  La banda Locaso, verso sera,  raggiunge la locanda di S. Basilio in cui depredano due fruste, un paio di speroni di ferro, 5 cavalli un fucile a due colpi, uno ad una canna, due selle, un anello d'oro, un orologio a doppia cassa ed ancora formaggi. Caciocavalli e vino. Prima di andar via danneggiavano i fili del telegrafo e uccidevano il guardaboschi Alfonso D'Eredità e la guardia nazionale Antonio Semeraro il cui cadavere fu trovato bruciato  e con il cranio sfondato.

 

 

17 Ottobre 1862 Giunta verso le ore 21 a Palagianello, la banda di Locaso detto il Crapariello  entra nella sede del Corpo di guardia e s' impadronisce   di 4 fucili a pietra focaia e di una bandiera nazionale, mentre 17 guardie nazionali si rifugiano nel castello baronale tentando di cacciarli  a colpi di fucile. Poiché i briganti avevano notato che erano stati tirati dei  colpi di fucile contro di loro dalla casa di Donato D'Aprile, mentre  si allontanano da Palagianello incontrano la sua mandria di buoi e ne uccidono dieci sotto gli occhi  dei bovalari atterriti.

 

 

18 Ottobre 1862 La comitiva guidata da Antonio Locaso  composta di 32 briganti a cavallo e6 a piedi, si reca a Palagiano e Locaso consegna ai  coloni che lavorano nelle masserie dei fratelli Masella due biglietti da lui firmati  con la richiesta  8000 ducati ad Antonio  e 10000 al fratello Paolo oltre  a fucili, cartucce e tubi fulminanti, sotto minaccia di danni alle loro masserie.

 

19 Ottobre 1862  La banda Locaso entra in Crispiano, distrugge lo stemma reale del botteghino dei generi di Privativa, gridando: “Viva Francesco II”. Prima di andar via impongono alla banda di Locorotondo che si trova lì per la festa patronale di suonare l'inno borbonico. In quell'occasione Presta Antonio e Gianvito Francesco  si uniscono spontaneamente alla comitiva brigantesca di Locaso.

 

 

26 Ottobre 1862 Grassazione di pane in agro di Castellaneta e nello stesso giorno a danno di trainieri di   Ginosa viene depredato un consistente quantitativo di pane, assalgono anche la masseria Magliari da cui portano via 10 agnelli. Nello stesso giorno, a danno di Giuseppe Perrini depredano numerosi animali e altri oggetti nella masseria Tartaretta.

 

Processo al Crapariello

 

 

Petrocchi-In nome di Vittorio Emanuele secondo per grazia di Dio e per volontà della nazione re d'Italia oggi 17 gennaio 1863, io Luciano Petrocchi, capitano del 12reg. Dei Cavalleggeri Saluzzo,affiancato dai giudici Giulio Catalano e Giuseppe Palmisano, ci siamo riuniti per giudicare il qui presente Antonio Locaso di Giuseppe e Domenica Boninsegna, nato ad Abriola in provincia di Potenza il 30 marzo 1841.(rivolgendosi al Locaso) giurate sul vangelo di dire la verità tutta la verità.

 

Locaso-Lo giuro e invitato a firmare, appone un segno di croce.

 

Petrocchi- Oltre ad  un numero infinito di grassazioni, estorsioni, sequestri di persona, ricatti, ferimenti, violenze inaudite seconde e ji all’infore de cudde ne canosce nesciune.

 

Catalano- Basterebbe solo questa dichiarazione per meritare la condanna a morte, ma i tuoi delitti sono tanti e la crudeltà che hai usato contro mio figlio Giuseppe Infantini sono una dimostrazione della tua viltà e infamia.

 

Locaso – Figghjte jè stete respettete e sfamete fine a quante jè stete che nu, po te l’amme lassete libbere e te lamjinte pure!? E quanta’nfametè aste cumbenete vu?

Quanta poverjidde aste accise de fatij, de feme e de mazzete? Ji so u briante, cudde d’accide, ma passateve a mene da cuscienze e arrecurdateve quante n’aste cumbenete vu; i nostre so pizzeche de pudece!

 

Palmisano- Ma non ricordate con quanta crudeltà avete trattato i nostri militari che lottavano solo per riportare l’ordine e la tranquillità nel paese? Avete dimenticato la sparatoria nella masseria Bellarienzo, dove feriste a fucilate il regio carabiniere Pietro Sartori?

 

Locaso- Ma de ci pegghijavene i parte lore? De rè Vettorie, di patrùne, de chidde  che n’anne sembe spugghiete e calpestete.

A cavallerij s’è sestemete che tutte i cumedetè jindr’o semenarie, a fanderij a san Demineche, njinte de mene ca i castelanetene ne potene sci a pegghiè nu sicchij d’acque  do pùzze ca stè jìndr’  o cummènde, purcè abbesògne e carbenjìre du rrè. So venùte a ffè i patrùne a chèsa nostre e pretèndene pùre de jèsse respettète. Addò se spènnene i sòlde a stù paìse?  A chiùte tùtte i strède che pòrte e pertùne, che controllè u stuèzze de pène ca i zappatùre se portene fòre, quante vòne a fatiè, anzìca ne dòne nu muèzzeche a nu. Ma arrecurdàteve ca nu sìme accòme a stùscene ca addò tùzze jàcchj acque. Nu àmme sèmbe aiutete  a chìdde ca n’avèvene besuègne e nònne  jè manchète mèj nùdde.

 

Petrocchi  - E’ facile grandeggiare con la roba degli altri!

 

Locaso: Cccè còse? A rròbbe de l’alte! Jè tùtte sàgne e sedòre nuèstre! Ccè fatìj ànne mè fàtte e fàscene i segnùre, ca sfrùttene e accìdene tanda fatiatùre, ‘nge levene u pène da ‘mmòcche  pùre a chìdde ca vòne a respechè jìndr’e fònde metute. Ciò ca fàscene lòre grìde vendètte a Crìste!

 

Catalano- Non sei degno di nominare Cristo tu che hai osato attentare alla vita di monsignor D’Avanzo e di trafugare la salma di Maria Logroia da tutti ritenuta santa.

 

Locaso- Munzegnore jè stete sparete da cumbagne ca canosce, ma no ve diche ci sonde, ma meij puteve tuccue, che sti mene na sande, ji ca so devote da madonne du carmene ca porte sembe mpjitte. E sandere m’agghije sembe affedete indr’a vita me e lore anna fè giustizij de cudde ca v’à fatte mette i mene suse a mè. E quante meij cavvallerij, suldet, uardij, jerene a jesse angappete u Craparjidde, ci no iere stete tradite?

 

Petrocchi- Con la connivenza e la protezione di tanti manutengoli era facile vincere le forze dell’ordine. Ora siete caduto nelle nostre mani e vi aspetta la fucilazione

 

Locaso- Tutte chidde ca canoscene quant’iè amere a feme e a miserje stavene che nu e so tante, quese tutte u paise.

Vu cumannete e putite fè ce vulite, ma anna cangè i tjimbe, addò vulite fusce!

 

Petrocchi- Smettiamola! Sospendiamo la seduta per deliberare

 

(al rientro)

 

Petrocchi- In nome di Vittorio Emanuele re d’Italia per volontà di Dio e della nazione, dichiariamo colpevole di delitti, grassazioni, e violenze il qui presente Antonio Locaso e lo condanniamo alla pena capitale per fucilazione che verrà eseguita in serata.

 

Locaso- E va bene, ma ve fè vedè accome more u Craparijdde, ca v’à dete tanda fastidj

 

La corte si ritira

 

"Inchiostro di Puglia" (il libro), in vendita, nella nostra sede.

Diventa Socio Pro Loco

PARTNERS

NICOTEL PINETO

Castellaneta Marina

Stampa Stampa | Mappa del sito
© Proloco Castellaneta - Via Vittorio Emanuele 89 74011 CASTELLANETA (TA) CF: 90218170737 - Partita IVA: 02944150735 - Tel./Fax 0994006178 - Tessera nazionale UNPLI 4578/2016 - Pro Loco Castellaneta iscritta nel Registro Nazionale delle Associazioni di Promozione Sociale in data 07/08/15 con decreto n.87/II/2015