Pro Loco CASTELLANETA
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UN FATTO STRANO

La storia di “Sor Caterina Nicola F.” – Monaca di clausura del Monastero di Santa Chiara (1734)

(tratto dal libro “Storia documentata della città di Castellaneta” del Cav. Mauro Perrone)  

Un fatto strano e singolare avvenne in questo convento (Convento di Santa Chiara) nel 1734 che ne venne a turbare la quite e la tranquillità, ci viene narrato in una sua relazione alla Sacra Congregazione, alla quale manca la firma, ma che senza dubbio, come appare dal contesto di essa, fu scritta dal vescovo d’allora Massenzio Filo. Qui testualmente la trascrivo, tacendo soltanto, per ragioni facili ad intendersi, il casato della monaca protagonista.

 

“Eminentissimi e Reverentissimi Signori, Signori e Padroni Colendissimi. Un fatto di molta considerazione qui accaduto mi dà motivo di ricorrere all’EE. Vostre. Mi prendo dunque l’onere di rappresentarle come l’anno scorso Suor Anna Catalano professa in questo Monastero di Santa Chiara. Mentre stava in Rifettorio coll’altre Monache, volendo bere nel suo bocaletto del vino che ciascuna Monaca assignato tiene, Le sembrò detto vino amaretto, ed avendo dentro rimirato vi vide nel fondo certa polvere bianca, che fu stimata Arsenico, donde accadde che tutto il Monistero si pose in bisbiglio. Entrò il sospetto nelle Monache, che fosse stata Sor Caterina Nicola F.   professa altresì nel Monastero sudetto, posciacchè si ritrovava la medesima Mensiera, e poco amorevole della detta Catalano. Pervenne alla mia notizia alcuni giorni dopo seguito il fatto, e portatomi dal Monastero, ed informatomi dell’accaduto, richiesi la polvere trovata nel bocaletto del vino, per riconoscere, se fosse stato Arsenico, ma non mi fu esibita, poiché l’avevano buttata via. Tornai indi di nuovo nel Monastero, ed udite le Monache, una per una, trovai esservi molti indizi contro la medesima. Che perciò mi convenne far carcerare la sudetta F., anco per di lei sicurezza, e per quiete di tutte le monache, che stavano sossopra, temendo ciascuna della loro vita, con far intanto tener allora il fatto celato per decoro del Monastero. Acquistai poscia altri indizi, quali erano che trovandosi presso l’Abbadessa certe polveri di Vipere (medicinale adoperato nell’antica farmacopea) che erano passate per mano di detta F., in tempo che poco dinanzi era stata Rotiera, e che erano avvanzate ad una Monaca morta, si dubitava dentro di quelle vi fosse l‘Arsenico: mi feci perciò portare le medesime, ed in mia presenza avanti i Medici Speziali, ed altre persone feci fare la sperienza dentro un bicchiere pieno di acqua, e si vidde ocularmente restar la polvere sopra l’acqua, ed i granelli dell’Arsenico andar giù in fondo. Nel contento di questo, feci prendere un po’ di detta polvere, e la feci incorporare in certa pasta, la quale data a mangiare a due pollastri, si trovarono la mattina morti con certo segno di vomito in uno dei medesimi donde si fece da Medici certo giudizio d’esser quello Arsenico. Costò altresì di aver detta F. ricevuto quattro volte da certa persona l’Arsenico che diceva servirle per i sorici; altri indizi cumulati nel processo, e precisamente quello, che fra lo spazio di pochi anni eran morte sopra dieci Monache, tra le quali in un anno cinque in circa cogli stessi sintomi di male, cioè quello del vomito dolori di viscere, uscita di corpo, ed ad alcune, svenimento anche di testa, ciocchè dava molto da pensare ai Medici, per non sapere, quale ne fosse la cagione. Si aggiungeva la cura, che ella mostrava in servire le Inferme, e la gelosia, che avea, che altre lo facessero, o che ricevessero i Medicamenti della Speciaria, quali voleva essa privatamente maneggiarli, come altresì le minacce che alle Monache faceva, qualora fosse stata da queste, corretta. Si è inoltre provato, che le vivande preparate, o maneggiate dalla medesima per le Inferme cagionavono loro del vomito, e dolori di viscere, di mode tale che una di quelle sopravanzata da un’Inferma, mangiata da tre persone, fuor dal Monastero, causò anche loro il vomito, e dolori di viscere, laddove quelle preparate da altre, e da essa maneggiate, non producevan tal effetto. Quindi le Monache stando nella forte opinione, che le Religiose fra lo spazio di pochi anni cogli stessi sintomi di male defunte, fossero state da detta F. avvelenate, l’hanno tenuta e la tengono in un aborrimento indicibile, che sempre via più è cresciuto, mentre da detta F. è stata carcerata, e non ha caminata nel Monastero, le monache sono state tutte bene, né si è intesa in quello, mortalità. Tuttavia mi sono sempre studiato con mie persuasive di farla nelle carceri trattare con tutta la carità, e proseguire intanto il processo, che già si è compilato, e si sta di presente nel defensivo, quale compiuto, si dovrà indi terminare la causa. Costa in detto processo quanto finora ho rappresentato, manca solo la causa, motivo valevole di si gravi supposti delitti, mentre altra non se ne deduce se non quella della correzioni che le Monache le facevano per essere una donna vana e discola.

Pochi mesi dopo che fusse carcerata accadde che una notte se ne fuggisse dalla finestra delle Carceri, calasse giù nella Rota, con modo straordinario entrasse in quella, e da quivi passasse nel Parlatorio, dietro la di cui porta nascostasi, nell’aprirsi questa la mattina, dalla medesima di soppiatto se ne uscisse nella strada pubblica, ma incontrata da un Sacerdote pochi passi distante dal Monastero si facesse subito rientrare. Feci allora porre una Croce di ferro alla finestra delle Carceri ed accomodare bene la Rota, con farla inoltre serrare dalla parte di dentro e di fuori; e successivamente feci assolvere detta F. dalle censure incorse mediante la facoltà a dirittura avuta dalla Santità di Nostro Signore per Secretaria di Memoriali, ove i di lei Congiunti erano ricorsi.

Giovedì indi la sera del 17 del corrente Novembre verso le quattro in cinque ore della notte ruppe le stessa F. il Tetto della Carcere che era basso, e fattovi un buco se ne uscì da quello e si portò sopra una loggia del Monastero ove le Monache mettevano ad asciugare i Panni, ed ivi trovata una fune, e due Mazzoni, con questi se n’andò sopra certo Tetto del Magazeno posto dentro il Monastero: quel tetto corrisponde nella strada fuori della Clausura: ed appoggiati detti Mazzoni sopra il Muro del Tetto del Magazeno, e sopra l’altro Tetto di altra Casa contigua, legata la fune a detti Mazzoni, per detta fune se ne calò nella strada, e da ivi si rifugiò in una Chiesa, detta la Madonna dell’Aiuto. Mi fu rappresentato il fatto verso le dieci ore della notte, in tempo che stavo in letto riposando. Mi adoperai per allora di farla ritornare, ma vana mi riuscì ogni mia operazione, posciachè né la rifuggiata volle uscir di Chiesa, né le monache vollero riceverla. Mi portai il giorno dalle Monache, per far l’accesso della frattura, come già segui, e per provvedere ad ogni altro inconveniente, come anche per indur le Monache a riceverla. Vi trovai invero nelle medesime tutta la durezza, mentre doppo l’accesso, quelle unite gridavano di non volerla. Mi affatigai con dolci persuasive e paterne ammonizioni a ridurle, ma non fu possibile punto placarle. Passai agli ordini penali e nemmeno ebbero il loro effetto. Tentai di farla entrare per modum provision nell’altro Monastero di qui, ma le Monache di questo strepitando neppure vollero riceverla; anzi che avendo mandato il mio Vicario a fine di a ciò indurle, calarono nella Crate come tante furie, dicendo di non volerla. La fuggitiva all’incontro più che mai pertinace, diceva di non voler partirsi di Chiesa. Quindi per evitare i gravissimi inconvenienti che prevedevo poterci dentro il Monastero nascere, qualora fosse in quello la F. ritornata, mercecchè, o le Monache sarebbero uscite dalla Clausura, come erano nella risoluzione di fare, opure avrebbero la medesima nella Persona offesa, stimai sino che avessi avuto l’Oracolo dall’EE VV. appigliarmi all’espediente che la medesima mi somministrava, cioè che stando nella detta Chiesa della Madonna dell’Aiuto certa Camera, l’avessi fatta loco Clausurae ivi trattenere in Compagnia di una onesta donna, facessi cautelar bene detta stanza, e facessi tenere le chiavi di due Porte di quella, che una è avanti l’altra da un Sacerdote di probata vita, a tal effetto da me destinato.

Ne avanzo di tutto ciò la notizia all’EE.VV. per averne i loro supremi Oracoli, con porre sotto la loro savia considerazione, che il permettere a detta Monaca F. il ritorno nello stesso Monastero sarebbe lo stesso che tener continuamente inquita una intera Comunità, mentre è inconciliabile lo sdegno delle Monache verso la medesima, e l’odio di questa a quelle, posciacchè, ogni una teme della sua vita e tengono le medesime avanti agli occhi la morte delle Monache defunte, e precisamente quelle che hanno perdute le loro Sorelle, o altre Congionte, non potendosi levare dalla lor mente d’esser stata Ella l’autrice, non ostante che per quietarle mi fossi studiato di persuader loro il contrario. Laonde sarebbe in tal caso probabile il pericolo, o che le Monache all’improviso e di nascosto dalla Clausura se ne uscissero, o che qualche grave male alla vita dell’Inquisita nelle Carceri facessero. All’incontro essendo detta Inquisita diffamata per tutta la Provincia ed in altri luoghi ancora, stimo assai malagevole, per non dir impossibile, che niun altro Monastero la potesse ricevere, quando anche fosse dichiarata innocente.

Si compiaceranno intanto l’EE. Loro darmi i supremi Oracoli come l’ho pregata, per regola di ciò che dovrò operare, e comunicarmi altresì le facoltà necessarie per assolver l’Inquisita dalle Censure incorse per la Clausura violata, mentre con profondissimo inchino resto all’EE.VV. baciando l’orlo della Sacra Porpora.”

Dall’EE.VV.                                     Castellaneta li 25 Novembre 1735

 

"Inchiostro di Puglia" (il libro), in vendita, nella nostra sede.

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