Pro Loco CASTELLANETA
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LE MASSERIE

 

Il popolamento delle campagne ha visto nei secoli diverso tipo di insediamento abitativo: dalla “villa rustica”, al “corion”, i “casali”, in genere vicino agli insediamenti monastici,   alle “masserie regge” di età sveva o angioiana; per finire con le masserie moderne.

Il fenomeno delle “masserie”, come oggi lo intendiamo, ovvero grandi costruzioni al centro di un’area produttiva, iniziò a svilupparsi nel 1500 e conobbe la sua massima espansione nel ‘700 e nell’800. i fattori che lo determinarono furono la r iforma fondiaria voluta da Carlo III di Borbone nella prima metà del ‘700, ma sopr attutto l’eversione della feudalità, operata nel periodo napoleonico e la divisione dei demali che si realizzò con l’unificazione d’Italia, verso la fine dell’800. il temine “masseria” ha assunto significati diversi nel corso del tempo; a seconda dei luoghi questo termine ha significato: dimore, terreni, seminativi, mandrie, contratti agrari. Nei catasti di Castellaneta nel 1600 e del 1750 il termine “masseria” indica solo la proprietà agricola o di allevamento, di quelli che vengono classificati “massari di campo2 o “massari di pecore”. La residenza agricola, vista come abitacolo stanziale, è indicata, invece, nel catasto onciario del 1750 con il termine “tor re” e non con quello di “masseria” oggi comunemente usato. Nel catasto del 1815 si parla invece di !casa rurale”. Nel territorio di Castellaneta vi sono 30 “torri” e 60 aree di costruzioni rurali.

I due terzi di queste “masserie” erano di proprietà eclesiastica, mentre circa 2 di queste aree erano di proprietà laiche.

Inoltre la maggior parte di queste costruzioni, sono situate o nelle contrade circostanti il centro abitato, o nelle zone collinari a nord e a ovest di Castellaneta. Tra le masserie di maggior rilievo del ‘700 ricordiamo: a nord Masseria del Porto, S. Domenico, Catalano, Del Vecchio, Magnati, Le Grotte, a sud Minerva, Bolzanello, Casamassima, Magliati e Termitosa.

Dopo la soppressione del regime del pascolo della “Dogana” erano inoltre aumentate a circa trenta le masserie situate a sud. Nel catasto murattiano si riscontra quindi la maggior parte delle antiche masserie, ancor oggi presenti nel territorio, anche se, ovviamente, altre vennero edificate in seguito alla divisione dei demani, dopo l’unità d’ Italia. In conclusione nel territorio di Castellaneta sono più di cento le masserie storiche, costruite prima del 1903; la metà di queste erano già presenti, non certo alle forme attuali, nel ‘700.

Diversificate sono infine le strutture architettoniche: dalle masserie a corte, a quelle compatte, dalle masserie elementari a quelle masserie-villaggio.

MASSERIA DEL PORTO


Masseria situata in contrada Varsento quasi al confine con il territorio di Gioia del Colle, caratterizzata da corpi di fabbrica diversi accostati gli uni agli altri secondo uno sviluppo lineare. Si riconoscono varie fasi di costruzione a partire dal Seicento, tra cui una cappella rurale che ingloba i resti della chiesa rupestre di S. Maria di Varsento.

La masseria è sorta infatti su un insediamento rupestre medievale che occupa i fianchi della gravina del Porto e accanto alla collina della Castelluccia, sede di un villaggio fortificato peuceta. Inoltre, sulle alture che si estendono a Nord della Masseria, sono presenti aree con sepolture domeniche utilizzate da comunità di pastori dell’età del Bronzo. La destinazione economica dell’azienda agricola, inserita in un paesaggio brullo e suggestivo, è ancora oggi prevalentemente pastorale come nelle epoche più antiche.

MASSERIA S. DOMENICO ALLE MATINE


Masseria situata lungo la gravina di S. Benedetto, caratterizzata da accorpamenti successivi di corpi di fabbrica che nell’insieme presentano un andamento irregolare in quanto sono condizionati dal riutilizzo di un più antico insediamento rupestre. L’edificio, fortificato tramite garritte angolari, presenta una scala di accesso al piano superiore impostata su arco rampante.

La masseria è citata nel catasto onciario del 1750 come “Convento di S. Domenico” ed è sorta probabilmente su un insediamento monastico benedettino del XIII secolo.

MASSERIA CATALANO

 

Masseria a corte chiusa edificata nel Settecento e ristrutturata nel corso dell’Ottocento. Si presenta come un insieme di corpi di fabbrica raggruppati intorno ad una corte centrale alla quale si accede tramite una facciata realizzata in un insolito stile liberty, che si mescola ad elementi di gusto orientaleggiante.

 

MASSERIA TARALLO

 

Masseria a corte chiusa, situata presso la Gravina Grande, fatta edificare tra il 1699 e il 1700 da Giovanni Tommaso Magnati; si caratterizza per una corte seicentesca cui si sono aggiunti edifici successivi con elementi di fortificazione (garritte, caditoie).

MASSERIA DEL VECCHIO NUOVA

 

Masseria a corte costruita a fine Ottocento, ampliata agli inizi del Novecento con un “casino” – un edificio a carattere residenziale e non finalizzato ad attività produttive che costituiva la villa in campagna delle classi privilegiate – di gusto neogotico. Nonostante l’importanza della parte residenziale, si presenta come un’azienda agricola moderna e funzionale alle attività produttive.

MASSERIA SPECCHIA

 

Masseria di notevole estensione situata lungo il fianco orientale della Gravina di Coriglione, a poca distanza dalla confluenza con la Gravina Grande. La tipologia è a corte chiusa con numerose aggiunte ed ampliamenti su un nucleo originario; all’interno è presente anche una cappella datata 1798.

MASSERIA BOLZANELLO

 

Masseria costituita da un unico corpo di fabbrica, caratterizzata da un aspetto che richiama un castello. Si segnala il portale di accesso con arco a sesto acuto di stile neogotico. L’azienda agricola compare già nel catasto onciario del 1750, ma l’edificio attuale è stato costruito nel corso dell’Ottocento e presenta, oltre ai caratteri dell’azienda agricola, anche quelli della residenza di campagna del ceto benestante.

MASSERIA GIACOIA

 

Masseria situata lungo il fianco occidentale della gravina omonima, si presenta con l’aspetto di vero e proprio villaggio agricolo nato nella prima metà dell’Ottocento con l’accorpamento di volumi diversi. Tra gli edifici si segnala la chiesa della masseria, costruita nel 1854, caratterizzata dalla facciata con scalone di accesso a doppia rampa. La masseria è stata residenza estiva dei vescovi di Castellaneta dal 1867.

MASSERIA GAUDELLA

 

Masseria a corte chiusa, costruita nell’Ottocento inglobando una vecchia corte e alcuni corpi di fabbrica preesistenti. Si caratterizza per alcuni elementi decorativi che ingentiliscono il volume cubico e massiccio dell’edificio, quali frontoni di gusto neoclassico sulle finestre e loggiati a doppia arcata.

MASSERIA CASAMASSIMA

 

Masseria a corte chiusa, situata presso la lama di S. Bartolomeo, caratterizzata da evidenti sistemi di fortificazione (caditoie). Nelle carte antiche è citata come casale di S. Bartolomeo: si tratta quindi di un’azienda agricola sorta sul luogo di un villaggio medievale (casale) anch’esso ad economia agricola; nelle vicinanze della masseria è anche una necropoli greca del IV – III sec. a.C.

I fabbricati della masseria comprendono anche una cappella rurale datata 1796.

MASSERIA MANGIARICOTTA

 

Masseria a corte chiusa – Loc. Serrapizzuta

Costruita tra il 1811 e il 1873.

Sorge su abitato apulo e a monte di una necropoli del IV-III sec. a. C. e, forse, su un tempio dedicato ai Dioscuri, come dimostrerebbero alcuni materiali in terracotta .

Si conserva anche un’iscrizione su marmo del I sec. a.C.

MASSERIA SERRAPIZZUTA

 

Masseria a corte – Loc. Serrapizzuta

Nucleo originario precedente agli inizi del XIX sec.

L’area contiene resti di necropoli apula del IV-III sec. a. C. e resti di una colonna con capitelli del I sec. a. C. Sono state ritrovate, inoltre, monete bizantine. Ad oriente della masseria si osserva un insediamento rupestre con un’iscrizione dedicata al brigante Trisolini.

Questo insediamento recentemente è stato utilizzato come ovile. Nel XVI sec. diventa Difesa di Parco di Stalla per opera del barone Vincenzo Domini Roberti.

Nel XIX sec. divenne proprietà del marchese di Santeramo.

Il nome della località deriva dalla particolare forma dell’altura a punta di coltello.

AREA ARCHEOLOGICA DI MASSERIA DEL PORTO

Intorno alla Masseria del Porto, in un ampia zona compresa tra Murgia S. Benedetto, Murgia S. Francesco e Murgia Giovinazzi, al confine tra il territorio di Castellaneta e quello di Gioia del Colle, si concentrano numerose evidenze archeologiche, delle quali solo alcune sono state studiate sistematicamente.

Nell’area, con tracce di frequentazione fin dal Paleolitico, sono stati individuati almeno una trentina di dolmen (strutture tombali formate da tre o più lastre infisse verticalmente nel tenero e coperte da una lastra orizzontale ed in genere poste sotto un tumulo di pietra o terra). I sepolcri dolmenici, databili soprattutto nel II millennio a.C. , ma usati fino al IV sec. a.C., sono sparsi in un paesaggio brullo e sassoso, con vegetazione a pseudosteppa, su entrambi i lati del solco erosivo, noto come gravina del Porto, caratterizzato da una vegetazione a macchia e dalla presenza di numerose grotte. La zona corrisponde ad uno dei salti di quota dell’altopiano murgiano verso la piana costiera.

I dolmen fino ad ora studiati nell’area appartengono a diverse tipologie di tombe a tumulo note in Puglia: il dolmen a galleria con scomparti interni, che costituisce il tipo più antico (seconda metà del II millennio a.C.); il dolmen a cella rettangolare con dromos (corridoio), inserito in un tumulo circolare (X – VIII sec. a.C.); la tomba a cista (cassa realizzata con lastre di pietra), di piccole dimensioni, coperta da un basso tumulo circolare.

A Masseria del Porto, invece, i tipi sono realizzati contemporaneamente tra XIII e XI sec. a.C. da genti nomadi di cultura subappenninica con economia a base pastorale, che scelse di seppellire qui i suoi morti anche per marcare il territorio, in un luogo ricco di risorse (l’acqua della gravina innanzitutto) e vicino ad importanti tratturi della transumanza. In una fase più tarda, corrispondente alla cultura peuceta, (seconda metà del VI sec. a.C.) aumentò il numero delle tombe del terzo tipo e si riutilizzarono quelle più antiche, mentre il fenomeno del reimpiego continuò ancora fino al IV sec. a.C. solo per scopo rituale.

Tra i vari dolmen visibili, di cui in genere non si conserva il tumulo, si segnala quello a galleria di Murgia Giovinazzi: una cella funeraria, delimitata da lastre, lunga 6 m e larga 1.20 m, con corridoio lungo 3.20 m, coperta da un enorme tumulo ellittico.

Sono da menzionare, inoltre, i recinti di lastroni infissi verticalmente nel terreno di Murgia S. Francesco e Murgia Giovinazzi: scavi archeologici hanno dimostrato che si tratta di delimitazioni di abitati o recinti per il bestiame risalenti all’Eneolitico (2700 – 2500 a.C.), ben più antichi delle tombe a dolmen. Recinti simili si rinvengono infine a Murgia S. Benedetto, ma risalgono al periodo ellenistico e sono destinati agli animali.

 

 

INSEDIAMENTO RUPESTRE DI S. MARIA DEL PORTO

All’interno della gravina denominata “Gravina del Porto” si aprono numerose grotte dalle più svariate forme e dimensioni, tra le quali la “Cripta di S. Maria del Porto”.

L’insediamento rupestre si trova a circa 12 chilometri dall’abitato di Castellaneta, in contrada “Varsento”, al confine con il territorio di Gioia Del Colle.

La chiesa presenta tre piccoli ambienti, i cui affreschi sono andati purtroppo perduti; inserita nel contesto architettonico dell’omonima Masseria, oggi non è più accessibile.

Si presume che tra il XV e XVI sec. sia stata edificata, sulla cripta, la chiesetta della quale è ancora possibile vedere la facciata Nord, che presenta tre ingressi, attualmente murati, con una croce greca sulla cuspide.

AREA ARCHEOLOGICA DI MONTE SANTA TRINITÀ

 

Monte S. Trinità è la parte più elevata della collina di Montecamplo, un contrafforte delle Murge esteso al confine tra i comuni di Laterza e Castellaneta, coperto da pineta e da macchia mediterranea e solcato da numerose gravine.

L’area fu abitata fin dall’età preistorica, come indicano varie tracce sparse. Sulla sommità del monte S. Trinità, al contrario, si concentrano resti murari, poco leggibili nella macchia ma suggestivi, pertinenti ad un abitato peuceta fortificato, posto in posizione dominante rispetto al paesaggio circostante e vicino ad importanti assi viari, quali i tratturi Orsanese e Murge e la Via Appia Antica. Nonostante la mancanza di ricerche sistematiche, sono stati identificati almeno tre circuiti murari concentrici che rendono questo sito simile alla vicina Monte Sannace, città peuceta caratterizzata anch’essa da più fasi di sviluppo e scavata scientificamente.

L’insediamento di Monte S. Trinità si sviluppò a partire dal V-IV sec. a.C. fino all’età romana, quando probabilmente subì una lenta decadenza; la collina fu però nuovamente popolata nel Medioevo, come attesta un documento del 1111 in cui è citata la chiesa di S. Maria in Montecamplo e il suo castro (abitato cinto da mura).

Attualmente, dell’insediamento peuceta sono visibili un tratto di una cinta muraria a grandi blocchi larga più di un metro, relativa al circuito più interno di mura, resti di altre strutture murarie, alcune tombe e un sistema di raccolta. Insieme ai resti più antichi si notano muri relativi a case medievali che si disponevano intorno alla distrutta chiesa di S. Maria. In contrada Cappella, già nel territorio di Laterza, si estende una necropoli datata al IV-III sec. a.C., purtroppo depredata dai clandestini.

INSEDIAMENTO RUPESTRE DI S.MARIA DEL PESCO

 

Immediatamente a Nord della chiesa medievale di S. Maria Assunta, posta poco a Sud dell’abitato di Castellaneta in posizione dominante sullo spalto occidentale della Gravina Grande, si estende un gruppo di grotte fortemente modificate da crolli e attività di cava recenti. L’accesso al villaggio è possibile sia da uno stretto sentiero immediatamente alle spalle della chiesa dell’Assunta, che permette di ammirare dall’alto il vertiginoso salto di quota della gravina, sia da un cortile a nord della chiesa. Su questo spazio si aprono sia numerose grotte, caratterizzate da incisioni arcuate con funzione di gronda al di sopra degli ingressi, sia la chiesa rupestre di S. Maria del Pesco, il cui nome deriva da latino piscus, cioè rupe, luogo scosceso.

Quest’ultima, con facciata chiusa in parte da un muro in blocchi di tufo, è posta a nord della chiesa in muratura e collegata ad essa mediante due passaggi in modo da svolgere le funzioni di sacrestia. L’interno, fortemente modificato nel tempo, si presenta attualmente come una grande aula suddivisa in due navate da pilastri, la cui forma irregolare è stata originata da vari rimaneggiamenti, con tre cappelle rettangolari sul lato settentrionale e un’altra nicchia anch’essa rettangolare sul lato opposto. Non rimane traccia della zona presbiteriale e dell’altare, che probabilmente erano posti sul lato orientale in conformità con l’orientamento liturgico, secondo il quale l’abside delle chiese doveva essere rivolta ad Est, verso il punto in cui sorge il sole.

Si conservano numerose tracce di affreschi, tra cui si segnalano: la Vergine con Bambino sulla facciata sud del pilastro orientale (di cui resta la mano del Bambino), identificabile con il tipo della Madonna della Tenerezza di cui si hanno numerosi esempi nella pittura trecentesca pugliese; le Sante Caterina e Alessandra in una cappella della parte nord, un Santo Anonimo (di cui si conserva solo il volto) sull’intradosso dell’arco che divide le due navate in corrispondenza della parete ovest.

La datazione della chiesa rupestre risulta difficoltosa a causa delle ripetute modifiche subite: sicuramente è anteriore alla costruzione della chiesa dell’Assunta, avvenuta nel 1300 come indica l’iscrizione di fondazione, quando il culto venne presumibilmente trasferito nel nuovo edificio in muratura.

INSEDIAMENTO RUPESTRE DEL PADRE ETERNO

 

Nel tratto iniziale della Gravina di Coriglione, in una zona di recente espansione edilizia, si estendono i resti di un insediamento fortemente modificato e in parte distrutto soprattutto a causa delle attività estrattive, riconoscibili in ampi fronti di cave di tufo sul lato occidentale della gravina, che qui si presenta come una depressione larga e poco profonda.

Si accede al villaggio rupestre da un cancello da una strada asfaltata che conduce ad un quartiere di edilizia popolare: di fronte al cancello è una grotta di abitazione con un forno e una tavola in pietra con panche anch’esse in pietra davanti all’ingresso. Intorno, tracce di varie grotte distrutte dalle cave. Si notano inoltre, ricavati sulle pareti delle cave e quindi piuttosto recenti, alcuni grandi incavi rettangolari a sviluppo orizzontale, interpretabili come apiari (nicchie per l’alloggiamento delle arnie).

Seguendo un sentiero che si dirige a sinistra verso alcuni ulivi, si raggiunge l’ingresso, preceduto da un breve corridoio, della chiesa rupestre del Padre Eterno. Ai lati del corridoio si notano tracce di tombe rettangolari. La chiesa presenta la pianta a trapezio comune in molti ambienti scavati, adottata per favorire la diffusione della luce, e risulta suddivisa in tre navate irregolari (molto stretta quella di destra). A sinistra dell’ingresso è presente una cisterna a campana, mentre tutto il pavimento risulta modificato da buche e fosse di vario tipo per adattare la chiesa ad un riuso improprio, forse come palmento. Lungo le pareti dell’ambiente corre un basso gradino interpretato come sedile. La zona presbiteriale, rialzata di due gradini e separata dall’aula dai resti di due plutei (bassi setti di roccia che distinguevano l’aula dal presbiterio, qui distrutti dall’escavazione in tempi recenti di due buche quadrate), ha una forma quadrangolare e termina con un’abside a fondo piatto.

Il presbiterio è fiancheggiato a destra da una piccola abside a fondo piatto con altare alla latina (cioè addossato alla parete), a sinistra da un’altra abside rettangolare con lo stesso tipo di altare, nel cui pavimento sono state scavate in una fase tarda due fossette circolari per l’alloggiamento di contenitori ceramici.

Tra gli affreschi presenti, poco leggibili, si segnalano in particolare quello del Peccato Originale accanto all’abside sinistra, l’unico nell’area, la Madonna della Tenerezza sul pilastro di sinistra, datato entro la prima metà del XIV secolo, e la Déesis (raffigurazione della Preghiera al Padre, tipica dei dipinti absidali, con il Cristo al centro affiancato dalla Vergine e dal Battista) nell’abside centrale; questa raffigurazione, insolita per la presenza dei cartigli con iscrizioni in latino nelle mani della Vergine e del Battista, è datata secondo alcuni studiosi al XIII secolo in base ai confronti stilistici, secondo altri al XII secolo in base all’esame delle iscrizioni.

Per la datazione della chiesa, che sembra mostrare più fasi di escavazione, è stata ipotizzata una fase originaria piuttosto antica, da collocare prima del XII secolo ma non meglio precisabile

CHIESA RUPESTRE DELLA MATER CHRISTI

 

La chiesa rupestre è situata poco a Sud dell’abitato di Castellaneta, in contrada Palma, quasi di fronte alla chiesetta seicentesca nota come santuario di Mater Christi. L’accesso alla chiesa, chiusa da una cancellata e situata in un fondo privato, è possibile solo nei giorni successivi a quella di Pasqua, in occasione della festività religiosa della Mater Christi. L’ipogeo è scavato in posizione isolata in un’area pianeggiante, non lontano dalla Gravina di Coriglione e dall’insediamento rupestre di S. Maria di Costantinopoli.  

L’ingresso rettangolare, sormontato da lunetta, e fiancheggiato da due semicolonne, è preceduto da un corridoio in discesa. L’interno si presenta come un ambiente quadrangolare suddiviso in tre navate da quattro pilastri, che determinano una pianta a croce greca iscritta in un quadrilatero. Il presbiterio, orientato ad Est, è rialzato di due gradini rispetto all’aula, ed è caratterizzato da un’abside centrale semicircolare, fiancheggiata da due nicchie di piccole dimensioni e dotata di altare alla latina (cioè addossato alla parete), e da due analoghe absidi laterali con lo stesso tipo altare.

Si segnala il soffitto della chiesa, che presenta una finta cupola nella navata centrale presso l’ingresso e travature ad imitazione di quelle lignee, che continuano anche sui pilastri, nelle navate laterali. Una cisterna con imboccatura rettangolare è posta nella navata sinistra presso l’ingresso.

La chiesa era decorata da pochi affreschi, di cui restano labili tracce, e da decorazioni incise di tradizione romanica, visibili nella navata destra. Il luogo di culto è stato datato, in base ad analoghi esempi dell’area ionica, con confronti anche in Siria, al IX secolo.

INSEDIAMENTO RUPESTRE DI S. MARIA DI COSTANTINOPOLI

 

L’insediamento rupestre, esteso sui due fianchi della Gravina di Coriglione in Contrada Cozzo, circa 1 km a Sud dell’abitato di Castellaneta, è facilmente raggiungibile dalla strada asfaltata che costeggia la gravina. All’incrocio con la via che porta al santuario della Mater Christi una cancellata indica l’inizio del sentiero che permette di raggiungere la chiesa rupestre, posta sullo spalto sinistro della gravina. Vi si accede tramite due ingressi, uno dei quali, sormontato da una lunetta con arco a ghiera, è quello originario, mentre l’altro, informe, è frutto di modifiche apportate alla chiesa in un fase di uso improprio.

All’interno è possibile riconoscere una pianta trapezoidale, suddivisa in tre navate da tre pilastri. Le navate terminano con tre absidi a pianta rettangolare con altare alla latina (cioè addossato alla parete); a destra dell’abside sinistra, il cui altare è stato trasformato in mangiatoia, è presente una vaschetta per la raccolta delle acque lustrali durante la liturgia. Le pareti laterali della chiesa sono movimentate da una serie di nicchie arcuate poco profonde, con ghiera, che richiamano esempi dell’architettura romanica.

Del corredo pittorico della chiesa, di cui restano numerose tracce, si segnalano gli affreschi delle nicchie della parete laterale destra: S. Basilio (prima nicchia a partire dall’abside), un affresco palinsesto (a più strati sovrapposti; terza nicchia), Vergine in trono (quarta nicchia); nell’affresco palinsesto è leggibile su uno strato superficiale un’iscrizione seicentesca che indica il nome del committente dell’affresco (Iacobus De Lolla) e la raffigurazione, ora perduta (S. Maria di Costantinopoli). Sul pilastro più prossimo all’ingresso, inoltre, si segnala un altro affresco raffigurante S. Maria di Costantinopoli e databile tra XVI e XVII secolo.

Sulla parete sinistra, presso un ingresso che mette in comunicazione la chiesa con una grotta adiacente, realizzato in un fase di riutilizzo, è scolpita una decorazione incisa che imita un capitello a foglie di acanto di stile romanico.

Per quanto riguarda la datazione della chiesa, nonostante la cronologia tarda degli affreschi, è stata ipotizzata una fase originaria con una pianta a due navate (quella centrale e quella laterale sinistra) successivamente ampliata con l’aggiunta della navata destra, come sembra indicare l’asimmetria nella disposizione dei pilastri. Con l’ampliamento si ipotizza che siano state realizzate le nicchie arcuate sulle pareti laterali, di gusto romanico, che permettono di datare questa modifica della chiesa tra l’XI e il XII secolo e la fase originaria ad un momento precedente ma non definibile con certezza.  

Presso la chiesa, anche sul fianco opposto della gravina, si estende un complesso di grotte fortemente modificate da tagli di cava e da un riutilizzo come ricovero per animali in tempi recenti, che attestano l’esistenza di un villaggio intorno al luogo di culto.

Sulla parete della gravina di fronte alla chiesa si può osservare un grande incavo rettangolare a sviluppo orizzontale per l’alloggiamento delle arnie (apiario).

TORRE LATO

 

Presso la foce del fiume Lato, che raccoglie le acque delle gravine di Castellaneta e Laterza, compresa nella riserva naturale della Stornara, è situata una torre di avvistamento databile al XVI secolo.

La torre, inserita in un sistema di difesa delle coste dalle incursioni ottomane, che prevedeva la presenza di torri di avvistamento a distanze regolari, ha subito nel corso del tempo numerosi interventi di restauro e/o rimaneggiamenti. Troncopiramidale a pianta quadrangolare, nell’aspetto attuale, si presenta priva di caditoie.

 

AREA ARCHEOLOGICA DI PASSO DI GIACOBBE

 

L’insediamento, al confine tra il territorio di Ginosa e quello di Castellaneta, si colloca su una piccola altura delimitata dalla Lama omonima, in posizione strategica per il controllo della vallata e, in genere, del confine con le colonie di Metaponto e di Taranto, all’estremo limite sud-occidentale della Peucezia.

È presumibile che l’abitato – databile a partire dal VI sec. a.C. – si articolasse in piccoli nuclei di abitazioni, fiancheggiati dalle relative necropoli. Sulla base degli scarsi resti, le case, a pianta quadrangolare, erano costruite con fondazioni in pietra, elevato in legno e mattoni di argilla cruda, copertura in tegole.

La cinta muraria, realizzata nel IV sec. a.C. sul lato occidentale, non protetto dallo strapiombo naturale, era costruita con blocchi regolari, sistemati a secco; lungo il percorso era presente una torre semicircolare.

La necropoli di VI-V sec.a.C. si estende sul versante orientale della collina; le tombe, generalmente a fossa ovoidale con lastroni di copertura, erano scavate nel banco tufaceo e contenevano il defunto deposto in posizione rannicchiata. Per i neonati erano utilizzati gli enchytrismoi, e cioè sepolture entro grandi contenitori.

I corredi funerari, caratterizzati dalla ceramica geometrica peuceta, comprendevano oggetti connotanti il sesso e la classe sociale del defunto (armi per le tombe maschili, ornamenti personali per le tombe femminili).

 

AREA ARCHEOLOGICA PRESSO MASSERIA MINERVA

 

Presso la masseria Minerva, alla confluenza tra la Gravina Grande e la Gravina di S. Stefano, è situata un’area archeologica con frequentazione dal Paleolitico all’età romana. Qui infatti sono stati rinvenuti stumenti litici di età paleolitica, asce in pietra levigata del Neolitico e ceramica dell’età del Bronzo.

Mentre un abitato del Bronzo è stato individuato nella zona tra la masseria e la Gravina Grande, un centro apulo-peuceta è stato riconosciuto nell’area compresa tra le due gravine, in posizione dominante la confluenza. Si tratta di un centro fortificato, come attestano i resti di un circuito murario esteso per oltre due chilometri, che si sviluppò a partire dal IV-III sec. a.C. e che rimase in vita anche dopo la conquista romana a differenza degli altri centri indigeni del territorio. Grazie alla vicinanza con il tracciato della Via Appia, che costeggiava la gravina di S. Stefano, l’abitato si trasformò infatti in una stazione di posta lungo questa importante arteria stradale e sopravvisse almeno fino all’età imperiale.

Il sito non è stato oggetto di indagini sistematiche e al momento sono visibili, in particolare sul ciglio delle due gravine, soltanto tratti della cinta muraria in grossi blocchi di carparo.

 

INSEDIAMENTO RUPESTRE DI S. STEFANO

 

L’insediamento, dei villaggi rupestri più articolati ed estesi del territorio di Castellaneta, si estende lungo il fianco occidentale della Gravina di S. Stefano. Vi si accede tramite un’ampia scalinata, più volte rilavorata, che inizia sul ciglio della gravina in prossimità della masseria omonima. Nonostante interventi recenti, crolli, tagli di cava e discariche, è possibile leggere varie grotte disposte su almeno tre livelli, alcune delle quali caratterizzate da un riuso recente come ricoveri per animali.

Poco oltre la fine della scalinata è posta la chiesa rupestre di S. Stefano, interessata da interventi di abbassamento del piano pavimentale e modifiche varie, come la parziale distruzione del pilastro centrale e della facciata. La pianta, pseudo- rettangolare, è ripartita in due zone – aula e presbiterio- da due arcate separate dal pilastro distrutto. Non si può escludere però che tutto l’ambiente costituisse un’aula suddivisa in due zone: in questo caso il presbiterio si potrebbe riconoscere nella nicchia arcuata posta a sinistra dell’ingresso, sormontata da due finestrelle e rivolta ad Est secondo l’orientamento liturgico.

Sulla parete di fondo, in una niccha a destra, è collocato l’affresco di S. Stefano, con iscrizione esegetica (che indica il nome del santo raffigurato). Sulla parete sinistra è un affresco di S. Nicola; si notino sul manto rosso da due cavalli dipinti, uno dei quali montato da cavaliere, interpretabili come ex voto per viaggi terminati felicemente. Entrambi gli affreschi sono databili per i confronti stilistici verso la fine del XIV secolo.  

Circa 500 m a Sud di questa chiesa, difficilmente raggiungibile a causa della presenza di discariche, è situata la chiesa rupestre di S. Michele (nota anche come S. Stefano II), caratterizzata dalla pianta a trapezio articolata in tre navate da due robusti pilastri. La parete di fondo è articolata da quattro nicchie rettangolari, mentre il presbiterio con l’altare a blocco, posto a sinistra dell’ingresso per l’esigenza dell’orientamento liturgico ad Est, è ricavato in una nicchia poco profonda ed è separato dall’aula da un pluteo (basso setto roccioso) con sedile sulla fronte e su cui si notano numerosi graffiti, tra cui un leone (simbolo di Cristo nel Medioevo).

Tra gli affreschi si segnalano quello dell’Arcangelo Michele (parete a destra dell’ingresso), datato al XII secolo, e la Vergine con Bambino (navata destra, parete di fondo), datata al XIII secolo.

La chiesa è caratterizzata da numerosi graffiti e iscrizioni incise, tra le quali si osservi quella in latino posta a sinistra dell’Arcangelo, che indica il nome del donatore della chiesa (Seripandus) e quello dell’architetto (Jaquintus) e la data di fondazione, 1110 (MCX). La presenza di numerose iscrizioni graffite, molte delle quali sono invocazioni alla Vergine, permette di interpretare questo luogo di culto come un santuario di pellegrinaggio situato presso il tracciato dell’antica Via Appia, che costeggiava la gravina di S. Stefano.

 

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