Pro Loco CASTELLANETA
Pro Loco CASTELLANETA

Consiglia questa pagina su:

TOPONOMASTICA del centro storico

Via (Madonna dell’) Aiuto: dall’omonima chiesa in contrada Casasola. Secondo padre Montorio sarebbe la più antica di Castellaneta, denominata Santa Maria del Caputo. Sull’antica struttura venne realizzato l’attuale edificio intorno al 1740. A navata unica, conserva un pavimento in ceramica del XVIII sec.

Via (Madonna dell’) Assunta: dall’omonima chiesa costruita accanto all’insediamento rupestre di Santa Maria del Pesco, sul ciglio della gravina, a circa 500 m. dall’antica Porta Piccola. La chiesa fu costruita tra il XIII ed il XIV sec. Come un epitaffio, su una porta d’accesso all’insediamento rupestre, conferma. Lo stile architettonico e decorativo rimandano a quello romanico-gotico del periodo angioino. Di notevole interesse gli affreschi venuti alla luce durante gli ultimi restauri.

Vico Bardinella: Noto casato castellanetano, cui appartiene Antonio Bardinella, apprezzato ispettore scolastico.

 

Via Calvario: Dal monumento dedicato alla crocifissione di Gesù Cristo. In prossimità di esso venne fucilato il brigante Antonio Locaso, detto “il Crapariello”, il 17 gennaio 1863. Durante la lotta al brigantaggio, si ebbe uno scontro violento in contrada Montecamplo, tra un centinaio di soldati e più del doppio dei briganti. Circa 40 soldati morirono, di essi la maggior parte furono sepolti in una vecchia fornace. Un gruppo di 18, trasportati in paese su tre carri, furono seppelliti nella chiesa Mater Cristi, mentre il sergente Oreste Gorra di Parma, fù inumato in San Michele, come si legge in un’epigrafe.

 

Via Punta del Capillo: Punta estrema dell’antico abitato. Secondo la tradizione popolare la denominazione esatta di questa strada sarebbe “Via Punta del Capitolo” poiché, in passato, i sacerdoti del Capitolo Cattedrale accompagnavano i defunti fino all’inizio di quella via (1^ pedata). Chi era in grado di pagare poteva essere accompagnato fino all’imbocco di via Mauro Fasano, volgarmente denominato “U’ Cjìlze” (2^ pedata) oppure fino al cimitero (3^ pedata). Questo trattamento era riservato, gratuitamente, solo ai religiosi ed alle religiose.

Via Caporlando: Zona estrema dell’antico abitato, a partire dal palazzo baronale- La costruzione di detta strada avvenne nel 1930, con la realizzazione di 19 locali, su cui poggia il ponte. Nel raccordo tra via Caporlando ed il palazzo baronale fu necessario smussare il muro dell’antico castello, con la tecnica del “cuci e scuci” per allargare la strada di 15 cm e favorire il passaggio dei carri. Non è escluso, a quanto sostiene la tradizione orale, che la denominazione “Caporlando” dipenda dalla presenza, in quel punto, di una famiglia il cui cognome era Orlando, anche se si affacciano altre ipotesi.

Vico Capriulo (già vico Palermo): Antica famiglia locale, ivi residente, cui apparteneva Luigi Capriulo, amministratore comunale, nella seconda metà dell’800.

Via Carrare: Antiche strade, adeguatamente sagomate, per favorire il passaggio dei carri. Numerose le denominazioni di queste strade carraie.

Carrara fredda: dalle indicazioni rintracciate dovrebbe essere la parte estrema della Carrara del Seggio (alias Sedile) iuxta praecipitia gravinae , come si legge in un atto notarile del 1710. Si trovano diverse citazioni della Carrara di Contessa, presso il monastero di Santa Chiara. Vi è poi la Carrara del Sacco, corrisponde all’attuale Via Sacco. Infine la Carrara di Sant’Andrea e di San Giacomo, entrambe in Via Carrare, in prossimità di antiche chiese, di cui non è rimasta traccia.

Via Casasola: E’ la denominazione di un’antica contrada, già citata in un atto del 1290. La strada è situata in una zona estrema dell’abitato, in prossimità della gravina, nei pressi della Porta Piccola.

Pendio Cassone: Antico casato locale.

Vico Catalano: Antico e potente casato, cui appartenevano vari amministratori locali.

Via Santa Caterina: Dalla omonima chiesa di Santa Caterina da Bologna, fatta costruire nel 1730 da Giacomo Meledandri, su un terreno di sua proprietà, per essere guarito da una grave malattia, contratta durante un soggiorno a Bologna. Caratterizzata da una ricca decorazione interna ed esterna, lo stile della chiesa si avvicina molto al “barocco leccese”.

Via Cheren: Città dell’Eritrea occupata dagli Italiani nel 1889.

Via Santa Chiara: Dalla chiesa e monastero omonimi. Il monastero sorse come Conservatorio per “donzelle povere” su iniziativa dell’Abate Francesco Fajano e con l’assenso del vescovo De Matteis. Il dott. Scipione de Raho offrì un suo comprensorio di case per ospitare 12 fanciulle povere, nel 1631. Nell’ottobre del 1633, per interessamento del vescovo Ascenzio Guerrieri e con il contributo dell’Università di cui era sindaco Innocenzo Jacobellis, fu trasformato in monastero di clausura, sotto la 2^ regola di S.Chiara. Fra alterne vicende la vita monastica continuò fino al 1866 quando, in seguito alla soppressione degli ordini religiosi, il monastero divenne proprietà del demanio. Il vescovo Gaetano Bacile, con la collaborazione di suor Chiara Sannelli, ripristinò la clausura, nel 1882. Fu il vescovo Giocondo De Nittis a riscattare il monastero dal Comune, così riprese più intensa la vita religiosa che lì è continuata fino al 1973, quando le suore si sono trasferite nei locali del Seminario, poiché l’antico monastero del 1600 era diventato fatiscente. Acquistato, di recente, dall’Amministrazione Comunale, è stato in parte restaurato e adibito a sede di manifestazioni culturali.

Pendio La Chiesa: Parte da Piazza Federico De Martino e sfocia in via Giudea. Di fronte alla Chiesa Cattedrale, del XIV sec., costruita su un preesistente edificio sacro del XII sec. di cui rimane il solo campanile, a due piani con bifore su tutti i lati. Successive ristrutturazioni e modifiche nel ‘600, nel 1739, nel 1778 diedero alla cattedrale la definitiva sistemazione architettonica, soprattutto della facciata con la balaustra terminale su cui troneggiano le quattro virtù cardinali e più in basso le statue di San Gennaro e San Nicola. L’interno è a tre navate, divise da due stupendi colonnati; il soffitto ligneo racchiude tre tele di Carlo Porta, pittore molfettese. Ai lati del presbiterio su due piedistalli poggiano le statue di San Pietro e San Paolo, di fattura cinquecentesca. Lungo la navata sinistra si aprono le cappelle della Trinità, del SS. Crocifisso risalente al XV sec., quella del SS. Sacramento, con un bellissimo altare di marmo del 1758 e pregevoli dipinti di fra’ Salvatore Galassio di Massafra e del Carella, infine la cappella della Consolatrice dalla quale si accede al campanile. Sul campanile vi sono 4 campane, la più grande, fusa a Lecce, fu benedetta da mons. De Nittis e pesa 12 quintali.

Via D’Alagni: Antico e ragguardevole casato locale cui appartennero l’arcidiacono Carlo d’Alagni, lo scrittore di memorie storiche locali Nicola d’Alagni (1865-1943) che si distinse anche nel campo dell’arte e lasciò diversi dipinti: quelli del cardinale D’Avanzo e di mons. De Martino, sistemati nella sagrestia della Cattedrale. In episcopio si trova il quadro denominato Il bacio di Giuda e quello di S.Maria del Soccorso. Luigi d’Alagni (1879-1962) apprese, a Lecce, l’arte della scultura statuaria, in cui si distinse realizzando numerose statue tra cui quelle di Santa Rita da Cascia, San Francesco d’Assisi, San Rocco, l’Immacolata, San Luigi Gonzaga, San Francesco da Paola, l’Addolorata, sparse un po’ ovunque. Il suo capolavoro è ritenuto la monumentale statua equestre, raffigurante San Giorgio a cavallo che colpisce il drago, conservata nella sua casa in via Giudea.

Vico Colizzi: Antico casato locale, cui appartenne l’affiliato carbonaro Angelo Colizzi. Sede certa della locale vendita carbonara, negli anni 1820-21, fu l’ex convento di San Rocco dei padri Cappuccini, ove, mentre si svolgevano i lavori per adattarlo ad ospedale, furono rinvenuti preziosi cimeli carbonari. Denominazione della vendita era : “Minerva sul colle Archinto” (D’Alagni).

Vico I – IV Commercio: Diramazioni di Via Roma, prima denominata Via Nuova del Commercio.

Vico Cozzariello: Vicolo, in contrada Muricello, che sfocia sull’orlo della gravina, con una prominenza rocciosa, da cui prende il nome.

 

Via Crocifisso: Da una antica immagine del Crocifisso, racchiusa in una edicola, a protezione del quadrivio e molto venerata dalla gente.

Piazza Federico De Martino: (Meta di Sorrento 1844-Castellaneta 1909) Vescovo di Castellaneta dal 30 nov 1908 al 26 ago 1909, con un lascito testamentario destinò i suoi beni alla realizzazione della piazza a lui intitolata. Alla morte del prelato, il suo esecutore testamentario, don Francesco Paolo Maggiore, acquistò e fece demolire un complesso di case della famiglia Tafuri, per poterla realizzare. Una targa, a suo ricordo, fu affissa, solennemente in piazza.

Via Dogali: Villaggio dell’Eritrea, a 18 km da Massaua, legato allo scontro fra italiani e Abissini, avvenuto il 26 gennaio 1887.

Via San Domenico: Dalla Chiesa ed ex convento omonimi fondati nel 1681 (come si legge nell’iscrizione posta sull’arco maggiore della chiesa) e dedicati a San Domenico di Guzman. Sull’alto campanile della chiesa, a tre campane, nel 1876 fu trasferito un orologio del 1852, che prima era collocato su un cavalcavia, in piazza Vittorio Emanuele, tra il palazzo Magliari e la casa Montemurro. Poiché il cavalcavia stava per crollare, l’orologio fu trasferito sul campanile (F.Paolo Maggiore). Il Convento dei Domenicani, dopo la soppressione degli Ordini religiosi, con decreto Gioacchino Murat del 21 aprile 1813, fu concesso al Comune. Questo decreto fu confermato, nel 1816, da re Ferdinando I^. Fu allora che il “Sedile” (casa comunale) venne trasferito al primo piano dell’ex convento e la strada di accesso alla nuova sede comunale fu denominata Via Municipio. Nello stesso convento si stabilirono il Giudice di Pace, la Gendarmeria reale, la Pretura, la Conciliazione, il Carcere circondariale. A quanto risulta da una delibera del 21 ago 1859, vi si stabilirono anche le suore di carità, che si era assunto l’incarico di curare l’istruzione femminile. Fu sede della scuola elementare e, nel 1891, con una rendita di L. 2000 lasciata da mons. D’Avanzo, fu istituito il primo asilo infantile, retto dalle figlie di San Anna e passato, successivamente, sotto la direzione delle Suore D’Ivrea, nel monastero di Santa Maria del Rifugio. Fu anche sede dell’ufficio di registro, della biblioteca comunale, costituita con le librerie ex claustrali (1874), della scuola di avviamento, della scuola media, del liceo ginnasio e dall’Ist.Prof. per il Commercio “ Mauro Perrone”. La chiesa di san domenico, di patronato comunale, come risulta da varie delibere di spesa per i restauri, fu destinata ad oratorio ed a sede di adunanze per la congrega del rosario, fin dalla sua fondazione, 11 gen 1832, con il beneplacido di Ferdinando II, re delle due sicilie. Rimasta per lungo tempo abbandonata ed in parte abitata a fienile, nel periodo in cui, per combattere il brigantaggio, un distaccamento di fanteria era alloggiato nei locali al pianterreno dell’ex convento, fu restituita al culto ad opera di Don Martino Loforese. Nominato rettore di essa, durante la 1^ guerra mondiale, vi celebrava la messa solo la domenica. Dopo la guerra iniziò il restauro della chiesa, attingendo ai fondi ricavati dalla vendita di “stracci, ferri vecchi e capelli”. Vi eresse un monumento ai caduti, in cartapesta, rappresentante un soldato retto da due angeli con una fiaccola in mano, che ora sono sistemati agli angoli dell’altare maggiore. Fu lui a dotare la chiesa dei quadri della via crucis e dei pupi artistici del presepe. Istituì l’offerta del pane di San Antonio e l’opera dei Rosariani.   

Vico SS. Medici: Dall’omonima chiesa antica, costruita nel burrone ed ora completamente distrutta.

Via Vittorio Emanuele: (Torino 1820 – 1878) Primo re d’Italia Unita, nel 1861. Prima del cambio denominazione, seguito alle vicende risorgimentali, era chiamata via Maggiore ed ancora prima Strada Palazzo Baronale; in diversi atti antichi è definita con l’espressione “Via qua itur ad Sidilem”. Dal progetto dell’Ing. Giuseppe Magliola, redatto nel 1848 per rinnovare il basolato della Via Maggiore, che comincia dal secondo angolo della chiesa Maddalena, presso la porta S.Michele, e giunge al largo Seminario, si legge che “essendo questa strada di livello oltremodo irregolare, si procurerà, per quanto è possibile, di regolarizzarlo e ciò con ribassare in taluni punti il suolo ed in altri elevarlo, come pure procurando di allargare qualche tratto onde fosse di riposo ad una delle due vetture o carrozze che, incontrandosi, l’una dia agio all’altra per il facile e sicuro passaggio. Il basolato di pietra calcarea da prelevarsi in contrada Saricella del Rev. Capitolo, sarà lavorato con la martellina ad otto denti, con puntillo minuto, senza spadellatura alcuna e squadrato col massimo rigore. Nella messa in opera ogni basola deve combaciare perfettamente, disposta a spina di pesce e rispettando le dovute inclinazioni per lo scolo delle acque piovane. La malta da impiegarsi, per fissare il basolato, deve essere composta metà di calce e metà di arena, deve essere alquanto liquida e in quantità sufficiente a riempire tutti gli interstizi, che potranno rimanese tra i basoli”.

Vico Festa: Antico Casato Castellanetano.

Arco Filandro: Sito in cui, secondo la tradizione, operavano filatrici di lana, cotone e pelo di capra, utilizzato per la produzione dei fiscoli, usati per la spremitura delle olive.

Piazza Fontana – Piazza Umberto I: denominata piazza Fontana quando, il 28 lug 1871, fu inaugurata una fontana monumentale, progettata dall’Ing. Inglese John Harris Nicolas, a sei getti e con uno zampillo centrale, alto 14 metri. L’Acqua, attinta dalla sorgente del Pozzo della Noce, venne incanalata in un serbatorio di alimentazione, in contrada San Martino, e di lì portata in paese con tubaturenin ghisa. L’acqua in esubero, della fontana veniva immessa in un abbeveratoio per animali, in Via Roma, ex Via Commercio. Il cav. Mauro Perrone, tra i promotori di detta fontana (la prima in Terra d’Otranto, secondo il prof. De Giorgi) nella sua “ Storia documentata della Città di Castellaneta” afferma:” Possiamo andare orgogliosi, cittadini, che la nostra città sia stata una delle prime delle Puglie a risolvere, senza aggravio della finanza comunale, l’arduo problema di fornire alla popolazione questo prezioso elemento tanto necessario ai bisogni della vita e dell’igiene, problema alla cui soluzione tante altre città più cospique e popolose mirano invano, da molti e molti anni.” Precedentemente questa piazza era donominata Piazza Plebiscito, a ricordo per l’annessione della regione Puglia allo Stato Italiano. Nel 1929 fu lastricata con pietrini acquistati da una cooperativa di cementisti di bari.

Vico Forcella: Antico casato locale, cui appartenne Nicola Forcella, pittore citato in una delibera del Consiglio Comunale del 27 feb. 1865. Venne deciso, infatti, di inviarlo a Lecce, per completare gli studi a spese del comune, “essendo il giovane Nicolò Forcella un vero genio in pittura e meccanica”. Per la notorietà raggiunta, venne, successivamente, nominato direttore dell’Istituto di Belle Arti al Cairo. Negli anni 1877-1878 venne fondata a Castellaneta una Filarmonica di cui faceva parte anche un certo Francesco Forcella, suonatore di violino e pittore, appartenente alla stessa famiglia. Dagli atti risulta che fece dono al Comune di Castellaneta di quattro suoi quadri.

Vico Forte: Antica famiglia locale residente in quella strada fino ad alcuni decenni or sono. La vita è caratterizzata dalla presenza di resti dell’antica muraglia. A quanto riferisce lo storico Mauro Perrone “nel sito ov’è oggi Vico Forte, sussiste ancora uno stretto androne coperto da volta a sesto acuto, lungo circa nove metri, nella parte rimasta in piedi. Esso faceva parte delle mura di difesa e lungo uno dei suoi lati aprivansi sei feritoie, oggi murate, delle quali stando al riparo poteasi saettare il nemico o ferirlo d’archibugiate”.

Via San Francesco: Dalla chiesa e convento omonimi, dedicati a San Francesco d’Assisi, in contrada Fontana Vecchia (così denominata poiché “sin dai più remoti tempi la popolazione si avvaleva quasi esclusivamente, per tutti gli usi della vita, delle acque sorgive di diversi pozzi, in contrada san francesco, i quali distano dalla città 1300 metri” (Perrone). Padre Bonaventura da lama riteneva che “la cosa più bella, di cui gode questa città, è l’acqua dolcissima e delicata di una fontana inesausta vicino al convento di San Francesco che basta a dissettare, se fosse necessario, tutto il Regno”. Dalla Bolla Sacrae Religionis, inviata il 6 sett 1471 da Sisto IV al vescovo di Castellaneta, si legge che il pontefice “autorizza il vicario e i frati minori ad accettare il tempio già costruito ed il convento che i Castellanetani si accingono ad innalzare”. Da un capitolo di Ferrante I d’Aragona, del 22 nov. 1463, si apprende che “la Università di Castellaneta più volte ha disposto ordinare un convento de observantia in una loro ecclesia devotissima che hanno vicino alla dicta Cità”. Si può, quindi, pensare che si tratti della stessa chiesa di cui parla il pontefice Sisto IV. L’Università (denominazione d’arcaica origine medievale, trasformata in “Comune” durante il decennio di occupazione francese 1806-1816) e il popolo di Castellaneta finanziarono i lavori di fondazione “tum ex publicis, tum quoque ex privatis elemosinis”. Sappiamo anche che l’Università aveva chiesto alla corte Aragonese di Napoli di utilizzare il guadagno di due forni aperti in città, ma appartenenti al patrimonio reale, per il sostentamento “de li frati abitaturi de quillo convento”. Lo stile dell’edficio come quello della chiesa è concepito secondo “le sobrie categorie romaniche”. Nel 1724 P. Lama qualifica il convento “il più bello di quanti sono nella provincia”. Nel 1708 si era avuta la Serafica Riforma e, in quel periodo, si erano operate diverse trasformazioni che, in gran parte, avevano cancellato le strutture della dimora del XV secolo. Infatti, ben poco rimane degli antichissimi corridoi dell’ordine superiore. Fu in quello stesso periodo che, con il contributo del principe di Acquaviva, fu installata una delle filande della provincia minoritica, per la fabbricazione del panno per rivestire i monaci. Da un Capitolo, datato 2 gen 1521, si apprende che l’Università, fin dalle origini del convento, si era impegnata a versare un’annua offerta di 6 ducati per le vesti dei frati. (Perrone) Secondo il Gonzaga, i padri osservanti dimorarono “ commodissime”   per 132 anni nel suddetto convento. Il 6 lug. 1812, in seguito alle leggi murattiane, il convento passò al Demanio, la biblioteca fu saccheggiata e l’edificio ridotto ad “una specchia di pietre” tanto da sembrare “il luogo di tutte le umane miserie”. Dopo sei anni (1819) ritornarono i primi frati e iniziarono la difficile opera di restauro, con un piccolo sussidio del Comune. Ma, quando il convento era stato quasi ripristinato nel suo antico splendore, per effetto della soppressione risorgimentale degli ordini religiosi, sancita dalla legge 21 ago 1862, passò di nuovo al Comune, comunque alcuni frati rimasero per la custodia ed il culto della chiesa. Dapprima il Consiglio Comunale decise di destinare al cimitero il giardino annesso al convento, il 22 maggio 1867 deliberò di destinare i locali del convento a ricovero di mendicità e, forse per questo motivo, il 29 giu 1880, fu decisa la sistemazione della strada che porta al convento dei Padri riformati. Ma, nel 1886 il Vescovo De Nittis riscattò il convento e l’anno successivo vi ritornarono i frati. Nel 1900, lo stesso prelato donò ai monaci il grande giardino. Nel 1979 è stata istituita la parrocchia di San Francesco d’Assisi, affidata ai frati minori da mons. Motolese. Nel 1988, mentre rimuovevano dalla nicchia la statua di S.Pasquale Baylon per restaurarla, fu rinvenuto un affresco di autore ignoto, che rappresenta la Deposizione di cristo. Parte del giardino è stata adibita a campi da tennis, pallavolo e calcio per i giovani.

Vico San Giovanni: Dall’omonima chiesa in contrada Muricello. Anticamente era denominata Santa Maria La Pesola, successivamente della Candelora. Con queste denominazioni è già citata nel XVI sec. Molto modesto l’impianto architettonico, consistente in una semplice aula rettangolare con modestissime decorazioni. A destra dell’abside sono visibili le tracce di un antico portale. La facciata presenta un piccolo campanile a vela. Per un certo periodo, la chiesa di san giovanni è stata sede di culto, di devozione e d’istruzione della Confraternita dell’Addolorata, che si prendeva cura dei restauri necessari.

Vico Gigante: Antico casato castellanetano.

Via Giudea: Via e rione in cui risiedeva una comunità ebraica, ancora operante nella prima metà del 1500. Forse non è azzardato ravvisare, in questa aggregazione di stranieri localizzata in un preciso contesto territoriale, una manifestazione locale di domicilio comunitario e coatto, d’origine medievale e molto diffuso in Europa, per motivi di sicurezza e di controllo. Molto scarse le fonti storiche riguardanti la presenza ebraica nel nostro paese, se si eccettuano alcune citazioni di testimoni di origine ebraica o di beni appartenenti a neofiti, nelle pergamene pubblicate dallo storico Mastrobuono e risalenti al periodo della dominazione aragonese (1434-1459). In una pergamena datata 2 giu 1465, si parla di un casalino sito “nel luogo detto la Jodeca, presso le mura della steesa città, ad occidente”, Questa indicazione fa pensare che anche via dei Greci e via Municipio fossero al di fuori della prima cinta muraria. Dalla stessa pergamena, conservata nell’Archivio di Stato di Taranto, si apprende che a, Castellaneta, non esistevano più ebrei professi, ma solo ebrei convertiti. Attualmente non disponiamo di documenti che attestino episodi di intolleranza o persecuzione nei confronti degli ebrei da parte della popolazione castellane tana e delle autorità religiose e politiche, per cui è ipotizzabile che fossero abbastanza integrati nel contesto sociale. Con la conversione al Cristianesimo, non sappiamo fino a qual punto volontaria o imposta, la separazione tra cristiani ed ebrei non aveva più motivo di sussistere.

Vico I e vico II S.Giuseppe: Dall’omonima chiesa, in contrada Carrare, fatta erigere nel 1728 da Angelo Sarapo, notabile castellanetano.

Vico dei Greci: Nella S.Visita del vescovo Sirigo, nel 1572, è citata una comunità greca con una propria chiesa dedicata a San Nicola delli Greci. In seguito alle persecuzioni iconoclaste, un consistente gruppo di genti greco-bizantine emigrarono nel nostro territorio, ove trovarono asilo nelle numerose grotte, sparse un po’ ovunque. Intorno al XIII sec. cominciarono a spostarsi dentro le mura, ove svolsero le loro attività e praticarono il loro culto, integrandosi lentamente con gli indigeni di origine latina, ma conservando usi, costumi, linguaggio, culto ed istituzioni giuridiche della madre patria. Molte tracce di esse permangono, ancora oggi, nelle tradizioni e nelle espressioni popolari.

Piazza e Via Maria Immacolata: Dedicato all’Immacolata Concezione.

Pendio Lagroia: Da una facoltosa famiglia castellanetana di cui rimane la casa padronale. In un atto del 1784, rogato dal notaio Francesco Casamassima, è così descritta: “una casa di sei camere superiori con un basso ad uso cantina, tre magazzini per il grano, tre cisterne, tino per pestare l’uva, portone con la gradiata di pietra, loggia, gaifo ed altri membri, sita in contrada presso la chiesa di San Domenico ed attaccata all’arco detto di Maccarello”. Una discendente di questa famiglia, nata il 7 dic. 1753 e morta il 14 giu 1820, secondo la tradizione popolare avvalorata dalla testimonianza del frate domenicano fra Tommaso Marino suo confessore e uomo di santa vita, morì in odore di santità. Ancora vivo rimane in alcuni anziani il ricordo della narrazione dei miracoli da lei compiuti nel sovvenire ai bisogni di poveri, in favore dei quali moltiplicava il pane e l’olio.

Vico Lamanna: Antico casato locale, cui appartenne Filippo La manna, affiliato alla sezione locale della Carboneria.

Via San Marco: Dall’omonima ed antica chiesa, ivi ubicata ed eretta in onore di uno dei quattro evangelisti. In un atto notarile del 1728 si legge che la chiesa diruta di San Marco viene venduta a Vito del Sole per costruirvi un’abitazione. In un altro atto si parla della vendita di una cantina, che fu la chiesa di San Nicolò alle Chiancarelle, alla contrada di San Marco, sopra la Porta Grande. Volgarmente la contrada San Marco viene ancora indicata dagli anziani con l’espressione: “Rète a Pezzelammèrde” poiché, essendo stata tra le ultime ad aver l’allacciamento alla rete fognaria, lasciava a desiderare dal punto di vista igienico.

Piazza Guglielmo Marconi: (bologna 1874 – Roma 1937) fisico e inventore della radiotelegrafia. In passato era denominata “Largo Cisterna Nuova” per la presenza di un’ampia cisterna da cui la popolazione attingeva l’acqua con una pompa azionata a mano.

Via Regina Margherita: (Torino 1851 – Bordighera 1926) Figlia di Ferdinando di Savoia e di Maria Elisabetta di Sassonia, destinata sposa al cugino Umberto , principe ereditario, si sposò il 22 apr 1868. Da essa nacque il futuro Vittorio Emanuele III. Salito al trono Umberto, il 9 gen 1878, divenne la prima regina d’Italia. Ebbe un alto senso della dignità regale, amò circondarsi di rappresentanti della elite culturale ed artistica del tempo e fece sentire il suo parere nelle questioni politiche.

Via La Marina: Denominazione di un antico rione dell’abitato originario. Era una strada molto stretta per cui, il 24 ott 1846, il Consiglio Comunale deliberò l’acquisto di un pezzo di suolo, di proprietà di Nunzio Viscardi, per allargarla. Negli atti della S.Visita del vescovo Bartolomeo Sirigo (1572) fra le 16 “contrate” con relative chiese, viene citata la “Contrata de la Marina” con la chiesa di santa Maria Maddalena e quella di San Giuliano (intra moenia). In un atto notarile del 1620 si legge: “un bascio al pendio di Lonardo Patroni, in contrata Santa Marina”. Queste indicazioni consentono di ritenere che in quella zona sia esistita una chiesa dedicata, probabilmente, ad una santa di origine albanese, vissuta nel V sec. Si tratta di una Santa molto nota per la sua vita avventurosa. Molto legata al padre, quando questi, rimasto vedovo, si ritirò in convento, per non lasciarlo, indossò gli abiti maschili, cambiò il nome in Marino, e divenne frate. Giustificò i suoi tratti femminili sostenendo di essere un evirato. Durante un viaggio, fù costretto a trascorrere la notte in una locanda. Proprio quella notte, la figlia del locandiere si lasciò sedurre da un soldato. Quando si accorse di essere rimasta incinta fece cadere la colpa sul frate. Benchè innocente, frà Marino non si discolpò, anzi, accetto di allevare il figlio della colpa, che sarebbe stato soppresso. Solo al momento della morte, nel vestire la salma, i monaci si accorsero che era una donna e capirono di quanta virtù e rassegnazione avesse dato testimonianza, durante la vita. L’11 sett. 1943, Via La Marina fu colpita da una bomba lasciata dai Tedeschi, in ritirata, provocando numerosi morti e feriti.

Via Municipio: Via che porta all’ex convento dei Domenicani, diventato sede del Consiglio Comunale dal 1813 al 1947. Dopo la soppressione degli Ordini religiosi ad opera di Gioacchino Murat, il convento fu ceduto al Comune, che lo adibì a Casa Comunale, trasferendola da Vico Sedile.

Via Muraglia: Zona munita, anticamente, di mura alte più o meno 10 m., costruite con lastroni di carparo ben squadrati e sovrapposti senza cemento. L’antica muraglia iniziava dal giardino del palazzo principesco De Mari, ora Seminario, rasentava il burrone e di là procedeva sul piano più alto del Pendio Caporlando e proseguiva fin dietro alle case prospicienti la montanina di Porta Piccola. Di lì continuava in direzione dell’attuale Vico Forte passando di dietro al tappeto Serra proseguiva costeggiando Via Marina, in prossimità del forno Scapati, dov’era la Porta di Mezzo, da questa si univa ai giardini Bandinella, Pugliese e cortile Speziale, donde si congiungeva con la Torre Campanella e da quella alla porta Grande (D’Alagni). Ai piedi delle mura correva un profondo fossato: la Porta Grande nei pressi della cappella Di Santa Maria della Misericordia (citata in una pergamena del 1547) e la Porta Piccola, in prossimità del termine di via Caporlando. La Porta di Mezzo, nella zona ancora denominatacosì, non è citata dallo storico Perrone. La via muraglia è parallela a via roma. Le case, costruite tra queste due strade, occupano l’antico fossato. La prima cerchia di mura che circondava il nucleo originario della città, non doveva distare tanto da Via de Greci e Via Municipio. Caduta in rovina questa prima cinta di muraria ne fu costruita un’altra di cui abbiamo una precisa descrizione nella S.Visita di Mons. Sirigo, nel 1572. Secondo il Perrone “l’Università, nei secoli più travagliati per guerre ed incursioni barbaresche, ebbe cura di mantenere in ottimo stato di difesa le mura della città ed iscriveva nel suo bilancio una rilevante somma per la loro conservazione e restauro, per i quali chiese, nel 1647, anche il concorso del Capitolo”. Lungo le mura sorgevano dei bastioni ad ulteriore difesa dei cittadini. Il più importante era costituito dalla Torre Campanella, i cui rintocchi richiamavano i ritardatari, prima della chiusura delle porte. Una torretta esisteva anche in prossimità della Porta Piccola, come si evince da una citazione contenuta nella S.Visita del Vescovo Montesoro, in cui si legge: “Un basso fuori la Porta Piccola, confine la “Torretta”, propriamente vicino alle mura della città”. Venuti tempi meno burrascosi, l’Università ne trascurò la manutenzione, anzi nel 1787 concesse in enfiteusi perpetua ai cittadini tutto il terreno che chiamavasi “parcorale” attaccato alle mura stesse, con l’obbligo di ripararle e di restaurare “l’antemurale”. Con il passare del tempo andarono in rovina e, secondo il Maggiore, in parte furono abbattute nel 1839 “per costruire la via nuova che mena a Taranto”. Il 25 Nov. 1849 venne concessa, dietro pagamento, al sig. Michele Magliari una parte dell’antica muraglia, quasi diruta in tutta la sua estensione, sottoposta alla sua casa di abitazione. Il 4 maggio 1851 il Decurionato delibera l’alienazione di un pezzo di suolo comunale, lungo la muraglia crollata. Il 7 dic. 1881, il Consiglio Comunale delibera la cessione di un pezzo di muraglia, onde evitare che la gente vi faccia deposito di escrementi umani e di altre sozzure, come in passato. Sono queste le ultime citazioni riguardanti le antiche mura, reperite nella documentazione dell’archivio comunale.

Vico del Muro: Da un breve tratto di mura, ancora esistente. La strada era collegata a via muraglia attraverso la Porta di Mezzo.

Via Muricello: Antica contrada lungo il burrone, circondata, anticamente, da un muretto di protezione. Attualmente le case si affacciano direttamente sullo strapiombo.

Via Principe di Napoli: (Napoli 1869 – Alessandria d’Egitto 1947) Così era indicato Vittorio Emanuele III, re d’Italia dal 1900 al 1946. Tollerò il fascismo e la dittatura che instaurò. Dopo la caduta del fascismo, fuggì dall’Italia, abbandonando popolazione ed esercito alle rappresaglie naziste.

Vico Patarino: Antico casato locale.

Pendio Patroni: Antica e stimata famiglia castellanetana, cui appartenne Domenico Padroni, sindaco della città nel 1750.

Via Porta Piccola: Antica porta, citata in una pergamena del 1424 con la denominazione di “Porta Pizule”. Nella S.Visita del vescovo Montesoro, si legge: “Un basso fuori la Porta piccola, confine la Torretta”. Questa citazione testimonia la presenza di un bastione in prossimità di essa. In un atto deliberativo del 9 luglio 1835, Decurionato decide di vendere due porte antiche del Comune che, nel 1836, vengono aggiudicate a Francesco Mora al prezzo di 12 ducati. Una conferma indiretta della sostituzione delle porte ci perviene da una citazione della S.Visita di mons. Bacile: “un trappeto sito in contrada porta nuova, sottoposto alla casa di Innocenzo Lacirenza”. Ed ancora da una delibera del 16 nov. 1862 apprendiamo che, per combattere il Brigantaggio, il Consiglio Comunale stanzia la somma di ducati 119 e grana 60 per costruire delle barricate e delle porte d’ingresso sorvegliate, in “tutte le strade che menano fuori il paese, tranne la Porta Grande dove è già ubicato un posto di guardia”.

Vico Rifugio: (Già Vicolo Strafino) Nel progetto di ripristino del basolato della Strada Maggiore, nel 1848, il Vicolo Strafino è indicato come “trafficatissimo dagli abitanti per brevità di cammino”. Nel 1885 prende nome dalla chiesa ed ex-convento omonimi dedicati a Santa Maria del Rifugio. Il monastero fu istituito dal vescovo Ascenzio Guerrieri, il 25 aprile 1636, per munificenza dell’abate Francesco Fajano, che donava le proprie case. Il suddetto monastero sorse sotto la regola delle Francescane Cappuccine del 1525 – di più rigida osservanza rispetto quella di San Francesco – e si servì della chiesa di S.Maria della Misericordia, esistente già dal 1547. Questo convento, a pochi anni dalla fondazione, potè disporre di un consistente patrimonio, derivante da lasciti ed assegnazioni dotali, che gli permisero di ingrandire la sede originaria per ospitare le tante giovani che abbracciavano la vita claustrale e frequentavano l’educandato. Nella S.Visita di mons. Filo (1733 – 1763) si legge: “In monastero del Refugio compra da Vincenzo Vilardo una casa soprana e sottana per farne refettorio e la cucina”. In un atto del notaio Strafino, risalente al 1769 , si legge: “Vito Oronzio Gentile Sarapo, possiede un palazzo in contrada Piazza, confinante con le case della Cappella del Sacramento e la via pubblica della Piazza. In tale palazzo vi sono le botteghe del rev.do Capitolo ad uso ferrarie ed un largo davanti ad esse, quali per contratto di permuta sono passate in possesso di esso Sarapo, che ha risoluto di formarvi un nuovo edificio con portone, rimessa ed altri membri. Stante che tale edificio sia rimpetto al casamento del Monastero del Rifugio, la reverendissima madre Badessa intende impedire detto edificio nuovo che le impedirebbe in futuro di alzare sue case per uso di clausura o commodo maggiore delle religiose, ma per amichevole concordia si è stabilito che il monastero sia in libertà di alzare le sue case dirimpetto sino a quell’altezza che parerà e piacerà senza che il Sarapo e i suoi eredi possano dare impedimento alcuno, se gli si togliesse la luce o la vista del paesaggio circostante”. Questi dati evidenziano l’importanza e la disponibilità economica di questo istituto religioso. Da un atto del notaio Leonardo Todisco, risalente al 1711, apprendiamo che il monastero del Rifugio possedeva un censimolo proprio per macinare il grano necessario ai bisogni delle suore e delle educande, ma la Mensa Vescovile, sospettando che venisse macinato anche il grano di altri, sentendosi danneggiata nei suoi interessi, pretende che venga eliminato. Fra alterne vicende il monastero rimase aperto fino agli inizi del 1900. Attraversò un periodo oscuro nella prima metà del 1800, durante il quale le suore non osservavano più le regole della clausura, alcune entravano ed uscivano dal convento, con grave scandalo per la cittadinanza. Inascoltati rimanevano gli appelli dei Direttori spirituali e dei Vescovi che, talvolta, subivano rappresaglie per questa loro funzione di controllo, come capitò a mons. D’Avanzo. Questi fu colpito da una fucilata in contrada Selvapiana, nei boschi di S.Basilio, mentre viaggiava in carrozza per raggiungere Calvi dov’era stato trasferito, nell’agosto 1860. Si salvò poiché il proiettile fu sviato dalla croce pettorale. “Pare che a sparargli fossero sicari, incaricati di sopprimerlo da parte di chi aveva interesse, essendo implicato nel delitto della monaca conversa di S.Maria del Rifugio, soppressa e gettata nel pozzo del monastero” (Buttiglione) L’ultima suora entrò nel monastero il 1841 e, quando nel 1866 ci fu la soppressione degli enti religiosi, la vita comunitaria un po’ alla volta si ridusse. Alcune suore si trasferirono in altri monasteri ed altre titornarono in famiglia. Il Comune incamerò il monastero che nel 1914   fu riscattato da mons. De Nittis con il consistente contributo di L. 6000 versato dalle suore di S.Chiara, per destinarlo all’istruzione e la formazione dei giovani di Castellaneta. Qualche anno dopo arrivarono le suore d’Ivrea che, svolsero la loro attività educativa in un istituto presso la chiesa Cuore Immacolato di Maria.

Vico Rosario: Una diramazione di Via Carrare intitolata l’11/5/1885. La pratica del Rosario, istituita da San Domenico di Guzman (1170-1221) e promossa da Sisto IV con la bolla “Aequa” fu ravvivata, nella nostra regione, nel 1600, dalle missioni delle Confraternite del Rosario. La festa della Madonna del Rosario fu istituita, dopo la vittoria di Lepanto sui Turchi, il 7 ott. 1571. La fondazione della Confraternita del Rosario di Castellaneta, per beneplacito di Ferdinando II re delle Due Sicilie, fu decretata l’11 gen. 1832, nella chiesa degli ex. Domenicani.

Vico La Ruota: (una diramazione di Via Muricello) Istituita a Firenze nel 1445, presso l’Ospedale degli Innocenti, la Ruota si diffuse in tutte le regioni. Ogno comune provvedeva all’assegnazione del nome, alla fornitura “dei pannolini di prima vestizione” all’affidamento ad una balia, per allatarli, a pagamento, i bambini abbandonati nella Ruota dei Projecti (esposti). Poi si cercavano delle famiglie che li allevassero, dietro compenso. Il loro tutore rimaneva sempre “l’Istituzione della Ruota” che li seguiva fino alla maggiore età, se maschi, e fino al matrimonio, se donne. Per questo motivo lasciare i propri figli, presso una chiesa o nella ruota, per una madre povera e senza aiuto, significava assicurargli un avvenire. A castellaneta, questa istituzione ha funzionato fino agli ultimi anni del 1800; infatti, nel 1865, ricevitrice dei “Projecti” risulta la signora Maria Michele Schiattone. In una delibera del 4 lug. 1879, il Consiglio Comunale quantifica la mercede alle balie dei projecti nella isura di lire 6 mensili.

Via Sacco: Luogo dello scontro tra Castellanetani e Francesi, guidati da Luigi D’armagnac, duca di Nemours. Questi, per vendicare un’aggressione contro una guarnigione francese di stanza a Castellaneta, che depredava e di cui insidiava le donne, marciò a tappe forzate contro la nostra città e la cinse d’assedio. Ai nostri concittadini, impreparati all’attacco, non rimaneva che scendere a patti con l’fferta di un consistente quantitativo d’oro, ma il duca di Nemours ne pretendeva di più. A questo punto fu organizzata una disperata difesa delle mura con travi e balle di lana e, quando ci fu lo scontro con i nemici, lanciarono contro di essi pietre ed olio bollente. L’inattesa resistenza cittadina, la notizia che Consalvo di Cordova, comandante dell’esercito spagnolo, aveva vinto a Canosa il capitano francese De la Palisse e si stava avvicinando a castellaneta, fecero battere in ritirata i Francesi. Per essersi difesa così validamente dall’assalto francese, la nostra città fu insignita da Ferdinando il Cattolico, re di Spagna, del titolo di “Fedelissima”. A commemorazione dello scontro del febbraio 1503, il Comune fece apporre una lapide di fronte a Via Sacco, nel 1903.

Cronista fra Medioevo e Rinascimento (1466 – 1528)

Sul piano strettamente biografico poche sono le notizie certe che si hanno sulla sua figura (le stesse date di nascita e di morte sono dubbie), eccetto che fu autore, per conto del sovrano stesso, delle Chroniques de Louis XII (o Chroniques du règne de Louis XII).  Era ancora un giovane monaco benedettino quando fu inviato dal monarca in Italia al seguito delle truppe francesi con il preciso incarico di registrarne - testimone e cronista al tempo stesso - le azioni. Si sarebbe occupato come storiografo di numerosi eventi destinati a diventare storici, come il Sacco di Castellaneta e la Disfida di Barletta. Fu testimone delle gesta dei capitani di guerra e dei capitani di ventura del Medioevo. Nei suoi Annali raccontò di come il suo sovrano soggiornò a Palazzo Malabaila di Asti per incontrare a più riprese - nel 1502 e nel 1507 - i signori di Mantova e del Monferrato, i duchi di Urbino e di Ferrara, oltre diversi ambasciatori di Stati italiani.

Vico Tutti i Santi: Una diramazione di via Carrare, dedicata alla solennità di Tutti i Santi, celebrata il 1 Nov.

Via Scarano: Nobile famiglia castellane tana. Diversi membri di essa furono canonici ed amministratori della città.

Vico sedile: Una diramazione di Via Vittorio Emanuele. Sede dell’Università per l’amministrazione degli affari pubblici. Si tratta dell’ultimo edificio, in fondo alla strada, servito da una scala esterna. E’ costituito da parecchie sale con volte ad arco, con diverse finestre ed un balcone che s’affaccia sul burrone. Nei documenti antichi è indicato con il termine “Teatrum magnum”. In esso si riunivano i cittadini, invitati dal sindaco per mezzo di avvisi (schedule) affisi in piazza. Durante il periodo della dominazione feudale, perché quelle riunioni fossero valide era necessaria la presenza del Governatore. Quando volevano portare per le lunghe una controversia tra loro e l’Università, i vari feudatari imponevano al governatore di non presentari, così l’assemblea non aveva luogo. Al piano inferiore, in un’area ampia quanto l’edificio, costituita da due stanzoni a cui si accede per mezzo di una scaletta, vi erano le carceri. Ancora oggi vi si legge la data 1799, a ricordo degli arresti di vari concittadini avvenuti, durante quella cruenta rivoluzione. Attualmente l’edificio del Sedile è adibito ad abitazione.

Pendio Seminario: Centro di formazione culturale e spirituale del clero, inaugurato il 13 maggio 1838 dal vescovo Pietro Lepore, nello spirito del concilio di Trento. Per concessione del re Ferdinando II di Borbone, il Seminario fu ubicato nell’antico palazzo baronale, attacato al palazzo vescovile. Lo attesta una lapide posta nell’androne dell’edificio, a destra di chi vi entra. Dietro petizione dello stesso vescovo Lepore, il Comune concesse dei fondi olivetati del Demanio, che davano una rendita annua di ducati 600, per la gestione del Seminario. A partire dal 1861 i locali furono requisiti e adibiti a caserma per le truppe, che combattevano il brigantaggio e ad alloggio per gli ingegneri della società Bassey Parent e Buddicam, che costruì la ferrovia Bari-Taranto. Il vescovo Mariano Positano, per tutti i sette anni del suo ministero, (1873 – 1880) non potè prendere possesso del palazzo vescovile, usato come alloggio dalla Cavalleria. Dovette abitare in una casa di Via Muricello 82, a strapiombo sul burrone. Visse in grave stato di bisogno, che le suore di Santa Chiara cercavano di alleviare, con grandi sacrifici. Appena eletto vescovo, nel 1880 mons. Gaetano Bacile si dedicò ai lavori di restauro del palazzo vescovile e del seminario, finalmente liberi. Contribuì personalmente con una somma di lire 35.000, veramente cospicua per quell’epoca. Suo grande merito fu il rifiorire del Seminario , già noto ai tempi di mons. D’Avanzo, anche oltr’Alpi, per metodo e serietà di studi Mons. Potenza, a partire dal 1935, impiegando il ricavato dei suoi beni personali, ampliò il seminario facendo ricostruire l’ala che s’innalza a picco sul burrone. Nel centenario dell’istituzione del Seminario, il vescovo fece apporre una lapide commemorativa. Venute meno le vocazioni l’edificio è rimasto inutilizzato per un certo tempo; a partire dal 1973 vi si trasferirono le Clarisse, attualmente è utilizzato in parte, dai parrocchiani della chiesa cattedrale.

Vico Sgobba: In contrada San Domenico. Antica famiglia locale, secondo il D’Alagni, un’esponente della vendita carbonara del paese. Da una delibera comunale, del 14 ottobre 1842, apprendiamo che un certo Francesco Sgobba insieme a Francesco Sarapo faceva parte della Commissione Amministrativa dell’ospedale di Castellaneta.

Vico del Sole: Diramazione di Via Carrare. Antica e nobile famiglia locale, di origine spagnola, cui appartennero notai di fama e diversi amministratori locali.

Vico Speziale: In contrada Marina. Noto casato di Castellaneta, cui appartennero apprezzati professionisti e diversi amministratori locali.

Vico Tafuri: Una diramazione di Piazza Federico De Martino. Potente famiglia locale. Tra i suoi rappresentanti si ricordano Berardino Tafuri, sindaco di Castellaneta nel 1809 e animatore dei moti liberali del 1799. L’arcidiacono Giuseppe Tafuri, fu un appassionato collezionista di medaglie e monete cufiche.

Via Teatro: Diramazione di via Municipio. Dall’antico teatro comunale che, secondo il D’Alagni, insieme all’Alambra di Taranto, erano gli unici esistenti in provincia, ancor prima che sorgessero, a Bari, il Piccinni inaugurato nel 1584 ed il teatro privato Cammarano. Fin dal 1700 Castellaneta vanta una tradizione filodrammatica che rimane attiva fino alla metà del 1800, quando ancora si esibiva nelle Sacre Rappresentazioni che si svolgevano nella ricorrenza del Corpus Domini. L’antico teatro sorgeva nel centro storico, precisamente nella zona denominata ancora via Teatro. Inizialmente aveva un solo palco sulla porta d’ingresso ma, al tempo della Compagnia Ferruzzi, furono costruiti i palchi intorno alla sala. L’area complessiva della sala, comprendente il palcoscenico e la platea misurava m. 146,27. Aveva un indirizzo prevalentemente filodrammatico e, dopo aver accolto tante famose compagnie, fu chiuso in seguito alla circolare Crispi, che richiedeva tre porte. Sappiamo per certo che nel 1947 funzionava ancora, infatti da una delibera comunale del 28 feb. di quall’anno, apprendiamo che il sig. Francesco Selletti, chiede in affitto due stanze adiacenti al teatro comunale, che immettono nella platea. Il Decurionato le concede a patto che “il Sellitti esegua a sue spese le riparazioni necessarie, al di sotto di 5 carlini, e che non ingombri la platea ed il palcoscenico, nel periodo delle rappresentazioni dei comici”. Il 13 nov. 1850 perviene al Comune un atto di citazione spiccato dal procuratore del Capitolo della Cattedrale di Castellaneta tendente a far rilasciare il pubblico teatro, “che da tempo immemorabile si possiede dallo stesso”. Il Decurionato rigetta tale richiesta ed affida all’avvocato Antonio Macchia l’incarico di dimostrare l’infondatezza della pretesa. Il 29 dic. 1850 viene deliberata la spesa di ducati 214 e grana 66 per urgenti lavori di restauro al teatro comunale. Si fermano a questa data le citazioni riguardanti il teatro che, successivamente, non risulta più menzionato. Ma apprendiamo dal D’Alagni che i locali del teatro furono adibiti ad aula scolastica, a sala concerto per la banda ed infine a sede del Dopolavoro.

Vico Terrusi: Ragguardevole famiglia locale che annovera, tra i suoi rappresentanti, diversi professionisti ed amministratori comunali.

Via Del Vecchio: Nobile famiglia di Castellaneta, di cui si ricordano due sindaci: Gregorio Del Vecchio e Carlo Del Vecchio, più volte rieletti per le loro doti di ottimi amministratori.

"Inchiostro di Puglia" (il libro), in vendita, nella nostra sede.

Diventa Socio Pro Loco

PARTNERS

NICOTEL PINETO

Castellaneta Marina

Stampa Stampa | Mappa del sito
© Proloco Castellaneta - Via Vittorio Emanuele 89 74011 CASTELLANETA (TA) CF: 90218170737 - Partita IVA: 02944150735 - Tel./Fax 0994006178 - Tessera nazionale UNPLI 4578/2016 - Pro Loco Castellaneta iscritta nel Registro Nazionale delle Associazioni di Promozione Sociale in data 07/08/15 con decreto n.87/II/2015